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martedì 3 settembre 2019
di Claudio Fontanini
MARTIN EDEN
Dal capolavoro di London un emozionante viaggio senza coordinate spazio-temporali
Un’opera di finzione, un documentario, un viaggio sensoriale senza coordinate temporali e spaziali, un inno al potere della scrittura che diventa monito esistenziale, sociale e politico.
Secondo film italiano in concorso alla 76ma Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, Martin Eden conferma il talento e l’originalità stilistica di Pietro Marcello
Un’opera di finzione, un documentario, un viaggio sensoriale senza coordinate temporali e spaziali, un inno al potere della scrittura che diventa monito esistenziale, sociale e politico. 
Secondo film italiano in concorso alla 76ma Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, Martin Eden conferma il talento e l’originalità stilistica di Pietro Marcello, il regista casertano già autore de La bocca del lupo e del poetico e struggente Bella e perduta.

Libera trasposizione del capolavoro di Jack London, del quale mette in scena l’essenza e le tematiche universali, il film è un potente ed ispirato affresco capace di anticipare le perversioni e i tormenti del Novecento (il rapporto tra individuo e società, il ruolo della cultura di massa, la lotta di classe) attraverso la parabola di un eroe negativo trasportato dalla California del romanzo ad una Napoli struggente e brulicante di umanità.

Ed ecco il marinaio Martin- uno che ha iniziato a viaggiare a 11 anni e sfoggia cicatrici ed unghie nere- salvare da un pestaggio un giovane rampollo della borghesia industriale che lo presenta alla sua famiglia in segno di riconoscenza. Sarà l’incontro con Elena (Jessica Cressy), la giovane e bella sorella di Arturo, a cambiargli vita e prospettive. 

Gli occhi che cadono su un quadro (C’è il trucco, da lontano è bellissimo da vicino vedo solo macchie…), lo sguardo perso negli occhi della ragazza che ancora non ha incontrato l’amore e la voglia di entrare in quel mondo (Voglio essere, parlare e pensare come voi). Quale è il prezzo da pagare per svincolarsi dalle umili origini? Cosa si lascia indietro inseguendo i propri sogni a tutti i costi? Quanto contano influenze esterne e ideologie politiche sul proprio pensiero?

Con Martin (un intonatissimo Luca Marinelli, vincitore della Coppa Volpi a Venezia e qui alla sua prova più convincente) che passa in rassegna liberismo e socialismo (a guidarlo e metterlo in guardia sui rischi della poesia un grande Carlo Cecchi nei panni di Russ Brissenden), disillusioni e ossessioni alla ricerca dei confini della natura umana. 

Tra slanci generosi e romanticherie, visioni del futuro (la filosofia di Spencer) e solitudini allo specchio (magnifico il dialogo a tavola con la vedova che gli offre un alloggio momentaneo) la marcia nel regno della conoscenza di Martin Eden diventa una vera e propria sinfonia visiva e visionaria che alterna immagini di repertorio e scene dal set, documenti d’archivio (ad aprire il film c’è l’anarchico Errico Malatesta) e primi piani d’epoca che depistano continuamente lo sguardo dello spettatore chiamato a viaggiare in un secolo attraverso una dislocazione spazio-temporale metaforica

Con quelle immagini dal passato e quei suoni antichi (un tuffo al cuore le note di Voglia ’e turnà di Teresa De Sio mentre Martin torna a Napoli dopo aver lavorato in fonderia) che diventano il vero corpo di una pellicola ambiziosa e anticonvenzionale e che dovrebbe essere vista obbligatoriamente nelle scuole. E sì perché anche il talento ha il proprio orizzonte e non bastano nozioni e schematismi ad arginarlo (come insegna la bella sequenza dell’esame di Martin). 

Tra scritti appesi al filo e leggi dell’economia, individualismo e corruzione dell’industria culturale, fama e precarietà (I contratti? L’unica letteratura che apprezzano i capitalisti) il film di Marcello, impeccabile per tre quarti, smarrisce in parte le sue coordinate nella parabola discendente del suo protagonista che stanco della sua arte e del pubblico al quale è rivolta si dimena e motteggia allucinato come un Carmelo Bene d’antan. 

Restano intatti il valore culturale e la dimensione di un’opera ambiziosa e necessaria (come lo fu in concorso, lo scorso anno, il sottovalutato Capri Revolutions di Martone al quale per certi versi si apparenta) e per la quale, si spera, esista ancora un pubblico disposto a recepirne la portata. 

In sala dal 4 settembre distribuito da 01         


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