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venerdì 21 giugno 2019
di Claudio Fontanini
LA MIA VITA CON JOHN F.DONOVAN
Il primo film in lingua inglese di Dolan con un cast hollywoodiano
Prima di Matthias & Maxime, il suo ultimo film appena presentato al Festival di Cannes, Xavier Dolan ha scritto, diretto e prodotto il suo primo film in lingua inglese che arriva solo adesso nelle sale italiane dopo l’anteprima mondiale al Tiff 2018. La relazione madre/figlio, l’omosessualità come una conquista e il ricordo di un infanzia traumatica. Tutti temi che ricorrono anche in questo controverso La mia vita con John F.Donovan
Prima di Matthias & Maxime, il suo ultimo film appena presentato al Festival di Cannes, Xavier Dolan ha scritto, diretto e prodotto il suo primo film in lingua inglese con un cast hollywoodiano, che arriva solo adesso nelle sale italiane dopo l’anteprima mondiale al Tiff 2018

Lo confessiamo subito: dopo aver letto certi giudizi della stampa d’oltreoceano ci aspettavano il peggio da questo enfant prodige che gira come pochi, non ha paura degli eccessi e si autoalimenta delle stesse tematiche dal suo prodigioso debutto alla regia datato 2009 (J’ai tué ma mére). 

La relazione madre/figlio, l’omosessualità come una conquista e il ricordo di un infanzia traumatica. Tutti temi che ricorrono anche in questo controverso La mia vita con John F.Donovan che alterna momenti di grande cinema a rovinose cadute di tono
Due vite parallele, una inedita corrispondenza epistolare e la necessità di essere se stessi (a qualunque costo) sono al centro di questo curioso gioco di specchi verbale aperto da una programmatica didascalia del filosofo statunitense Henry David Thoreau (Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, datemi la verità). 

Una giovane star della tv americana (Kit Harington, il protagonista de Il trono di spade) in procinto d’indossare sul grande schermo i panni di un supereroe in una grande franchise e un bambino di 11 anni (l’ottimo Jacob Tremblay) appena trasferitosi a Londra dall’America con madre separata (Natalia Portman) e difficoltà d’inserimento scolastico. Reminiscenza di un’amicizia narrata attraverso l’espediente narrativo- qui assai meccanico- dell’intervista (la giornalista- Thandie Newton- ascolta la confessione, a 10 anni dalla morte dell’attore, di quel bambino ormai ventenne- Ben Schnetzer- che ha appena pubblicato un libro su quello scambio di lettere segrete durato 5 anni), La mia vita con John F.Donovan affronta tra carriere in formazione, successi e declini artistici e morali, il viaggio alla scoperta di se stessi in un mondo che condiziona e soffoca i propri istinti. 

Una vera e propria battaglia per l’identità (Lo stile è sapere chi sei, Gore Vidal) combattuta a colpi di scandali e tradimenti, confessioni a cuore aperto e punti di non ritorno. Girato tra Los Angeles, New York, Londra e Praga, il penultimo film di Dolan conferma l’assoluto talento del regista nella direzione degli attori (i monologhi di Kathy Bates, nei panni dell’agente dell’attore e di Susan Sarandon in quelli di sua madre alcolizzata valgono da soli il prezzo del biglietto) e in una messinscena calda e articolata. 

Intimo e allo stesso tempo retorico, lirico e melodrammatico (l’inutile ralenty con la Portman, completamente fuori parte e malamente acconciata, che insegue il figlio scomparso sotto la pioggia sulle note di Stand by me) La mia vita con John F.Donovan, scritto a quattro mani con l’attore, sceneggiatore e regista Jacob Tierney, sembra accorpare due film in uno con l’intento, non sempre riuscito, di conciliare pubblico e privato, sentimenti e show business

Tra regole da infrangere e pranzi di famiglia, rituali in garage, notti in discoteca e un’amica-moglie (Emily Hampshire) che copre la vera identità sessuale del protagonista, quello di Dolan è un film sul potere della parola e sull’arte di rifiutare ogni maschera da indossare. Potrà piacere o meno lo stile del regista di Mommy, qui più  enfatico e meno controllato del solito, ma ciò che resta indiscutibile è la perfezione tecnica e la sapiente costruzione di ogni singola inquadratura. 

Luci, colori, suoni e corpi confermano lo straordinario talento di questo regista che a 30 anni esplora zone, confini e conflitti a molti sconosciuti in tutta la carriera. Il classico film da vedere anche se discutibile insomma ma dal quale si esce certamente arricchiti dentro. In tempi come questi non è poco.    


In sala dal 27 giugno distribuito da Lucky Red           


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