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venerdì 24 maggio 2019
di Claudio Fontanini
IL TRADITORE
Un grande Favino nei panni di Buscetta nel nuovo film di Bellocchio in concorso a Cannes
Un uomo in guerra contro il suo mondo, una storia di vendette e tradimenti, un film sulla famiglia. Appena presentato in concorso (unico italiano) al Festival di Cannes, Il traditore di Marco Bellocchio racconta con accuratezza e incursioni nel surreale gli ultimi 20 anni di vita (dal 1980 al 2000) di Tommaso Buscetta, sullo schermo un magnifico Pierfrancesco Favino alla sua prova migliore.
Un uomo in guerra contro il suo mondo, una storia di vendette e tradimenti, un film sulla famiglia (tema centrale nella poetica del suo autore). Appena presentato in concorso (unico italiano) al Festival di Cannes, Il traditore di Marco Bellocchio racconta con accuratezza e incursioni nel surreale gli ultimi 20 anni di vita (dal 1980 al 2000) di Tommaso Buscetta (sullo schermo un magnifico Pierfrancesco Favino ingrassato di 10 kg. e qui alla sua prova migliore), il boss dei due mondi che diventò il primo pentito di mafia (anche se nel film il protagonista rifiuta questa etichetta) consegnando allo Stato le chiavi per la cattura di 366 membri di Cosa Nostra. 

Scivoloso per tesi (a tradire non è stato Buscetta ma la nuova Mafia dei Corleonesi, guidata da Riina, che ha cambiato i codici d’onore della vecchia organizzazione) e ambizioso per impianto, il nuovo film di Bellocchio (che arriva a tre anni dal deludente Fai bei sogni) rinvigorisce quel cinema civile capace d’indagare la Storia per consegnarla, soprattutto, alle nuove generazioni. 

Pagine di memoria che rivivono amplificate sullo schermo in un viaggio tra fughe e ritorni che trasforma la cronaca in epica e mette al centro le contraddizioni e i sentimenti dell’uomo Buscetta
Uno che aveva la licenza elementare ma al quale piacevano le donne (Riina diceva meglio comandare che fottere per me era l’opposto) e gli abiti di lusso (bellissima la sequenza in sartoria e l’incontro casuale con Andreotti in mutande) e che da uomo d’onore divenne mito caricandosi sulle spalle la responsabilità morale di vuotare il sacco (ma l’avrà fatto fino in fondo?) per vendetta o per egoismo. 

Si comincia il 4 settembre dell’80 con la megafesta di Santa Rosalia alla villa di Bontate con l’accordo di facciata tra palermitani e corleonesi e quel flash che immortala la finzione. La guerra è vicina e Buscetta decide di fuggire in Brasile con la terza moglie (la bravissima Maria Fernanda Candido) lasciando in Sicilia i due figli del precedente matrimonio (Non gli ha dato neanche la libertà di tradire dirà amaro il boss nel sottofinale ripensando alla loro brutale uccisione). 

Catturato ed estradato dopo un tentato suicido con la stricnina eccolo di nuovo in Italia dove instaura col giudice Falcone (Ho più paura dello Stato che della Mafia dice Fausto Russo Alesi) un rapporto confidenziale e proficuo che arriverà a 487 pagine di confessioni. 
Gli parlerà di piramidi e soldati, giuramenti di fedeltà e  commissioni ma anche di come il suo ultimo e unico desiderio fosse quello di tornare a dormire nel proprio letto e di gustarsi un gelato a Mondello

E mentre gli omicidi si susseguono (con Bellocchio che inserisce a sinistra dello schermo i numeri in progressione delle vittime) il Maxiprocesso alla mafia dell’Ucciardone è fotografato come un potente teatro dell’assurdo. Un circo di brutalità e sprezzo della giustizia (c’è chi si cuce la lingua alla bocca con ago e filo, chi si denuda nelle gabbie, chi fuma il sigaro e chi ha attacchi epilettici) nel quale spiccano il confronto tra Buscetta (in una teca di cristallo con vetri antiproiettile) e il vecchio amico d’infanzia Pippo Calò (un magistrale Fabrizio Ferracane) che finge di non conoscerlo (impressionante, dopo aver visto su youtube il vero interrogatorio, l’aderenza psicofisica degli attori) e quello con Riina (Nicola Calì) che gli rinfaccia la sua moralità (Non parlo con chi ha sposato molte donne…). Fino al nome di Andreotti che si rivelerà un boomerang per Buscetta costringendolo a fuggire dall’Italia per sempre. 

Tutto documentato, reale, potente (durata 148’) con Bellocchio che inserisce a meraviglia le sequenze oniriche di Buscetta alle prese coi fantasmi del passato e i sensi di colpa di una vita al limite. Un po’ come succedeva in Buongiorno,notte, anche se qui il risultato è meno compatto e l’enorme mole di dati e parole rischiano di soffocare un po’ il film. 

Tra sesso in carcere e sospetti di caffè avvelenati (E’ per lei o per me?dice Falcone a Buscetta), consenso mafioso e tigri in gabbia, torture e impossibili riconciliazioni (Prima si ammazza, poi lo perdono dice la sorella di Buscetta che lo rinnega in pubblico), agghiaccianti brindisi alla morte e condanne che scorrono sullo schermo accompagnate dalle note di Và pensiero, Il traditore- sceneggiato da Bellocchio con Ludovica Rampoldi, Valia Santella e Francesco Piccolo- è un grande film d’ambiente (storico, umano e geografico) che ricostruisce a meraviglia lingua (eccezionale l’uso del siciliano sottotitolato con nota di merito per il Totuccio Contorno di Luigi Lo Cascio), cultura e tradizioni di un popolo-mondo. 

E al rischio del santino criminale e del fascino malavitoso Bellocchio risponde a meraviglia con un indimenticabile finale che unisce passato e presente in una resa dei conti che non ammette repliche.  

In sala dal 23 maggio distribuito da 01   


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http://www.01distribution.it

 
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