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lunedì 25 marzo 2019
di Cristina Giovannini
Una giusta causa
La battaglia di una donna che ha cambiato il corso della storia

Una delle sole nove donne ad entrare, nel 1956, al corso di Legge dell’Università di Harvard, seconda donna ad essere nominata giudice della Corte Suprema: parliamo di Ruth Bader Ginsburg che con tenacia, ferrea determinazione e inattaccabili motivazioni riuscì nel 1972 a convincere i giudici della Corte Suprema ad eliminare, prima volta nella storia, una legge che discriminava le donne dichiarandola incostituzionale.

Tutta la vicenda e la sua genesi viene ora portata sullo schermo dal film Una giusta causa, diretto da Mimi Leder (The Pacemaker) ed interpretata con grinta e piglio deciso da Felicity Jones, attrice britannica  già candidata all’Oscar per La teoria del tutto
Autore della sceneggiatura Daniel Stieplemen, nipote del giudice,che si è avvalso anche dell’aiuto della stessa Ginsburg (oggi 84enne) il cui contributo ha dato al racconto una dimensione più autentica.

Attraverso una storia avvincente assistiamo all’ascesa professionale di questa donna, già madre e per di più ebrea (un mix che peggio non si può nell’America degli anni ’50) costellata da immani difficoltà; laureata con il massimo dei voti sarà rifiutata da tutti gli studi legali in quanto donna ma riuscirà a rifarsi con le sue storiche vittorie sul fronte della parità di diritti.
Il film scivola sugli anni ’50, quelli della formazione di Ruth, e ne tratteggia il clima dell’epoca: il periodo ad Harvard, la complicità e la devozione tra lei e Martin, un marito davvero speciale e sui generis per l’epoca (già genitori, si dividevano equamente le incombenze familairi e domestiche), il loro affiatamento e rispetto reciproco.

Con un breve salto ci si focalizza sugli anni ’70, sul consolidamento della famiglia e della professione, fino ad entrare nel cuore della storia; un caso che Martin, brillante fiscalista, porta all’attenzione di Ruth, quello di un certo Charles Moritz che si era preso cura della madre invalida e a cui era stata negata una detrazione fiscale di 300 dollari in quanto badante maschio, figura non prevista all’epoca in nessun codice.
Da questa "discriminazione basata sul sesso!", come esclamerà Ruth leggendo le carte, partirà la sua crociata per rendere queste situazioni incostituzionali.

Sorretta dalla fede cieca in un credo secondo cui una "Corte non sarà mai influenzata dal meteo del giorno ma dal clima del tempo", l’indomita Ruth attraverso un caso di discriminazione al contrario (cioè con soggetto un uomo) riuscirà a cambiare davvero il corso della storia a favore di tutte le donne e delle nuove generazioni.
Con una dura battaglia in aula che è poi il momento più atteso di tutto il film.

A metà strada tra il dramma giudiziario e dramma sociale il film sconta la pesantezza di dover parlare inevitabilmente di Costituzione, codici, emendamenti, articoli di legge tutti argomenti (per di più di un’ altra Nazione) indigesti persino al cinema che ne rallentano spesso il ritmo malgrado un’impronta registica abbastanza dinamica.

Si fa notare, sia pure per una breve apparizione, la presenza di Kathy Bates che qui interpreta l’avvocato Dorothy Kenyon, famosa femminista così come la buona interpretazione  di Justin Theroux nel ruolo, da vero misogino, del direttore legale dell’American Civil Liberties Union.

Sebbene il film rischi di prestare troppo il fianco ad inutili (e speriamo anche evitabili) strumentalizzazioni e sconfinamenti su tematiche come teorie gender così di gran moda in questi tempi, la sua valenza più che nella forma è nella sua attualità e sostanza perché parla, allora come oggi, di una parità di sessi forse ancora ben al di là da venire; ma gli innegabili passi da gigante fatti negli ultimi 60anni su tutti i fronti professionali sono il frutto, più che di cortei urlati con vuoti slogan, di battaglie concrete portate avanti dal giudice Ginsberg e da donne della sua tempra.

In sala dal 28 marzo 2019 distribuito da Videa












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