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lunedì 25 febbraio 2019
di Claudio Fontanini
La casa di Jack
Matt Dillon serial killer nel provocatorio e disturbante film di Lars von Trier
E’ una vera e propria discesa agli inferi La casa di Jack, il nuovo e disturbante film di Lars von Trier passato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes e adatto a stomaci forti. A sei anni da Nymphomaniac, il regista danese prosegue la sua politica cinematografica fatta di provocazioni e sconcerti visivi, in una pellicola extralarge (2h30’) che esplora il flusso di coscienza di un serial killer ossessivo e compulsivo (un glaciale Matt Dillon) che dopo aver ucciso 61 persone (per lo più donne) viene letteralmente trasportato verso l’Inferno da un misterioso Virgilio (Bruno Ganz, morto da pochi giorni e alla sua ultima interpretazione). 

Attraverso cinque incidenti in 12 anni più una catabasi a fare da epilogo ecco sullo schermo una serie di efferati omicidi che diventano vere e proprie opere d’arte nella mente di un ingegnere che si crede architetto ed è disposto a rischiare sempre di più per mettere in pratica le sue teorie. Una miscela di grottesco e pulp, sofismi e pietas, che rischia di diventare maniera e sfiora il kitsch nell’ultima parte ma che raggela e spaventa attraverso una tensione filmica di grande efficacia. 

Sadico, macabro e disperato, il film di Von Trier è un grido imploso d’aiuto verso l’umanità e un viaggio senza ritorno alla ricerca dell’innocenza perduta (quel respiro del prato che il protagonista annusa da bambino e ritrova ai Campi Elisi di Virgilio). 
Tra colpi di cric in faccia a signore con l’auto in panne (Uma Thurman) e cadaveri raccolti in una cella frigorifera, una casa in costruzione come metafora di impossibile stabilità e una famiglia (quella del serial killer) sterminata durante un picnic armato, pulizie maniacali (Jack rientra continuamente nella casa dove ha ucciso convinto di trovare ancora tracce di sangue) e qualità demoniaca della luce, regole morali, pioggia benedetta e sorrisi allo specchio, La casa di Jack somiglia alla quercia di Goethe attorno alla quale si costruì il campo di Buchenwald o alla muffa nobile che attacca i grappoli d’uva creando vini sublimi. 

Sacro e profano, imperfezione umana e volontà di rappresentazione si danno la mano in un film misogino (Perché l’uomo è sempre colpevole? si chiede Jack) e allarmante che mette a dura prova la tollerabilità dello spettatore. Seni recisi, zampe di pulcini tagliate e cadaveri di bambini mutilati e riassemblati fanno da manifesto al rituale artistico dell’omicidio seriale, alla messa in scena cinematografica di un mondo che conosce il valore delle rovine e delle icone. 

Un film di luce e ombra, che teorizza il dittico di Blake (The lamb-The tyger) e l’arte irregolare di Glenn Gould e divide corpo e anima in un salto senza rete e senza tempo al quale non si rimane di certo indifferenti. Prendere o lasciare insomma. Come tutto il cinema di Von Trier. Il film sarà distribuito nelle sale in due versioni, entrambe vietate ai minori di 18 anni: quella italiana con tagli nelle scene più cruente e violente e quella in versione integrale in lingua originale sottotitolata. 


In sala dal 28 febbraio distribuito da Videa       


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