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lunedì 22 ottobre 2018
di Claudio Fontanini
EUFORIA
Non convince l’opera seconda della Golino con Scamarcio e Mastandrea fratelli agli antipodi
Un omosessuale famelico e irrisolto, la malattia in agguato e una serie di tavolate tra amici. Ozpetek? No, Valeria Golino che dopo il bellissimo Miele, il suo premiato esordio alla regia del 2013, mette ancora la morte al centro di una storia di svolte e cambiamenti. Dall’eutanasia della sua opera prima al tumore maligno che attanaglia un insegnante di scienze naturali
Un omosessuale famelico e irrisolto, la malattia in agguato e una serie di tavolate tra amici. Ozpetek? No, Valeria Golino che dopo il bellissimo Miele, il suo premiato esordio alla regia del 2013, mette ancora la morte al centro di una storia di svolte e cambiamenti. 

Dall’eutanasia della sua opera prima al tumore maligno che attanaglia un insegnante di scienze naturali dimesso e disilluso (Valerio Mastandrea) che però non sa di avere i giorni contati. A tenerglielo segreto è il fratello (Riccardo Scamarcio), un giovane imprenditore carismatico che vive nel culto del successo e dell’apparenza (Il business del futuro è la misericordia dice cinico fiutando un affare in un campo profughi). 

Accolto ed accudito da quell’eccentrico fratello nella sua splendida casa romana, quell’uomo silenzioso che vive nell’ombra e nel frattempo ha lasciato la moglie (Isabella Ferrari in versione romanesca) per una bella collega (Jasmine Trinca) con la quale però tutto è finito, esplorerà il sottile confine tra egoismo ed altruismo bilanciando sensi di colpa e desideri repressi. 

Tra stabilizzatori d’umore e strisciate di cocaina, polpacci rinforzati e calamari giganti in testa, sedute di radioterapia, ipocrisie e dubbi etici, il film della Golino sembra quel puzzle incompiuto che Mastandrea compone col figlio. Onesto negli intenti ma sfocato nelle intenzioni, Euforia (il titolo si riferisce a quella sensazione bella e pericolosa che coglie i subacquei a grandi profondità:sentirsi pienamente felici e totalmente liberi, si legge nelle note di regia) è opera irrisolta, transitoria e irrazionale come la condizione umana che intende descrivere. 

Così, nonostante il buon affiatamento tra i due protagonisti, il film della Golino- presentato a Cannes 2018 nella sezione Un Certain regard- ricerca inutilmente un centro e una direzione finendo per girare a vuoto e risultare poco emozionante. Tutto troppo vacuo e superficiale (proprio come Mastandrea giudica la ex moglie) per risultare credibile e partecipato. 
Con un tono da film drammatico spezzato qua e là da situazioni comiche (il viaggio a Medjugorje con l’apparizione programmata della Madonna, il balletto che scimmiotta Stanlio e Ollio in ospedale) che appaiono forzate e poco convincenti più che naturali. 

Peccato perché la Golino dimostra di saper girare e dirigere bene gli attori ma stavolta a venir meno è una sceneggiatura nata da fatti accaduti a persone vicine alla regista (oltre alla Golino l’hanno scritta Francesca Marciano e Velia Santella con la collaborazione di Walter Siti) e che finisce per spostare il tiro da una storia intima e familiare ad uno sguardo sul nostro contemporaneo troppo leggero ed impalpabile. Il peso dell’indicibile non trova così sostanza e si sfilaccia in un andamento piatto e in una serie di scenette che sembrano sin troppo improvvisate per convincere fino in fondo. 
Occasione mancata ma si sa che l’opera seconda è sempre ostacolo arduo.     


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