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lunedì 8 ottobre 2018
di Claudio Fontanini
L’apparizione
Vincent Lindon in una misteriosa indagine canonica senza pathos
Una misteriosa indagine canonica, un viaggio alla scoperta del mistero della fede, una ricerca personale e segreta. Chiamato dal Vaticano ad indagare su una ragazza diciottenne (Galatea Bellugi) che in una piccola cittadina del sudest della Francia sostiene di aver avuto un’apparizione della Vergine Maria, il reporter di guerra Jacques (Vincent Lindon), un uomo tutto fatti e prove che ha appena perso il suo collega di lavoro ucciso da una bomba, deve districare il vero dal falso e scoprire cosa si nasconde dietro i comportamenti di quella novella martire diventata nel frattempo prigioniera  di coloro che vogliono diffondere la sua parola e la sua immagine.

Componente di una commissione d’inchiesta istituita dalla Chiesa su fatti che si presuppongono sovrannaturali, quel giornalista scettico e solitario finirà per riconoscere l’esistenza di un grande mistero pur restando sulla soglia di esso. Tra interrogatori e testimonianze, amiche scomparse nel nulla e fedeli adoranti (Hanno sempre preceduto il giudizio della Chiesa…dice il sacerdote che protegge Anna),  giuramenti sulla Bibbia, business religiosi e gruppi sanguigni su reliquie, il film di Xavier Giannoli (À l’Origine, Marguerite) parte lentissimo e cauto per trasformarsi in una sorta di thriller spirituale al quale manca però la tensione necessaria. 

Piatto, monocorde e senza sussulti e (persino l’ottimo Lindon appare qui fuori parte) L’apparizione finisce per mischiare afflati mistici e cronaca nera senza trovare un centro, narrativo e stilistico. 
Il rifiuto dell’invisibile è il più grande peccato moderno dice il sacerdote illuminato nella frase manifesto di un film che vorrebbe riportare l’uomo moderno, travolto da tecnologia e spettacolarizzazioni, a porsi domande senza risposte. 

Ma l’onestà degli intenti e il rigore della messinscena non bastano a fare del film di Giannoli- ispirato a un elenco di apparizioni autenticate dal Vaticano- un’opera coinvolgente. Ci si interroga sulla nostra identità, sui nostri valori e sul caos del mondo ma si avverte la distanza dai personaggi in un’assenza di pathos e in una freddezza calcolata che finiscono per annoiare più che interessare.

A modello di riferimento si prenda il bellissimo Lourdes di Jessica Hausner (premio Fipresci a Venezia 2009) dove si indagava sulla ricerca della felicità in un luogo sacro e su una guarigione forse miracolosa con stile documentaristico e massima aderenza psicologica. Qui, paradossalmente, Giannoli sembra invece accontentarsi più della cornice esteriore che dell’essenza, con le musiche insistenti del compositore lituano Arvö Part a fare da contrappunto spirituale al realismo dell’insieme. E una durata eccessiva (137’) che peraltro sbriga in modo poco convincente il passato della protagonista trascorso tra famiglie adottive e conventi. 

Con Giannoli che lascia il segno in poche sequenze (su tutte la più riuscita è quella passeggiata della giovane santa al centro commerciale dove il suo sguardo pieno di desideri repressi si riflette nelle scintillanti vetrine) e che finisce nel più grande campo profughi del Medio Oriente (al confine con la Siria) per inneggiare alla scelta più che alla prova. Un vero e proprio atto di fede.    

In sala dall’11 ottobre distribuito da Cinema


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