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martedì 2 ottobre 2018
di Claudio Fontanini
Il bene mio
Sergio Rubini eremita indomito nel film di Mezzapesa girato in un paese abbandonato
Un paese fantasma, un uomo che lotta in solitudine contro l’abbandono in un presente senza scampo, un incontro a sorpresa che incrocia destini e forse esorcizza il dolore. 
Dimenticare o ricordare? Sopravvivere ed elaborare il lutto o tenere vivo il ricordo trasformandosi in un eremita? Elia (un ottimo Sergio Rubini) è un’anima vagante, l’ultimo abitante di Provvidenza (nome di fantasia, il film è girato tra Apice vecchia nel beneventano e Gravina, in Puglia), paese distrutto dal terremoto anni prima e ormai completamente abbandonato a se stesso. 

Mentre il resto della comunità si è trasferito a valle, quell’uomo resiste e sfida se stesso e le autorità in una sorta di guerra psicologica e morale che mette in palio la conservazione di un patrimonio affettivo. 
Ed ecco Rubini in versione Wall-E (a pensarci bene sono molte le analogie col bellissimo e toccante cartone della Pixar del 2008) girare per il paese deserto col suo carrellino del supermercato alla ricerca di vecchi oggetti appartenuti ai suoi compaesani e che ne riportino alla luce la memoria. 

Nel vuoto di case senza più anima e in quelle strade avvolte dal silenzio e divorate dall’incuria, Elia si aggira come una sentinella dell’oblio incapace di superare il trauma della morte della moglie (faceva la maestra d’asilo nella scuola crollata sotto le macerie) eppure ancora non vinto. 
E’ la forza di gravità che ci tiene qui, la senti quanto tira? domanda all’ex collega della moglie (Teresa Saponangelo, bravissima) che ogni tanto gli porta la spesa e che vorrebbe convincerlo ad andare a vivere con lei. 

E poi ci sono il vecchio amico d’infanzia Gesualdo (Dino Abbrescia) che guida il pullmino che accompagna giapponesi e americani in visita al paesino abbandonato e all’unico abitante che lo popola e un  sindaco (Francesco De Vito) oltre ad essere il cognato di Elia è stanco di quel singolare resiliente allergico alle regole. 
E così tra rumori sospetti e segnali dal passato, fuochi d’artificio e disegni che arrivano dal cielo, raid notturni di giovani annoiati e vecchi film immaginati in cinema abbandonati (la moglie di Elia amava Kevin Costner e Balla coi lupi) sarà l’arrivo di una giovane clandestina (Sonya Mellah) a mettere quell’uomo solitario e testardo di fronte ad una scelta estrema e irrinunciabile. 

Raccontare il passato senza farlo mai vedere: è la scelta stilistica, coraggiosa e poco cinematografica, di Pippo Mezzapesa che con Il bene mio- evento speciale fuori concorso alle Giornate degli Autori a Venezia- tenta un ritratto intimo e poetico di un personaggio che diventa simbolo e metafora di una condizione umana. 

Nobili intenti, risultati non sempre all’altezza verrebbe da dire alla fine se è vero che alla bella espressività e alla riuscita prova d’attore dell’intero cast non corrisponde una sceneggiatura all’altezza. 
Scritto a sei mani dal regista pugliese con Antonella Gaeta e Massimo De Angelis, Il bene mio soffoca i suoi personaggi in una dimensione indefinita a metà tra reale e trasognato

In definitiva un film, il secondo di Mezzapesa dopo l’esordio al lungometraggio nel 2011 con Il paese delle spose infelici, sin troppo garbato ed evocativo per affondare i colpi nelle radici del dolore e nello stallo di un quotidiano sospeso tra la vita e la morte. 
Domani di Francesca Archibugi (2011) e Casa d’altri, il doc. di Gianni Amelio sul terremoto di Amatrice presentato a Venezia nel 2017, sull’argomento, sono tentativi assai più riusciti rimanendo solo nell’ambito del nostro cinema.      

In sala dal 4 ottobre distribuito da Altre Storie


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