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lunedì 1 ottobre 2018
di Claudio Fontanini
L’albero dei frutti selvatici
Un padre, un figlio e il culto della terra nel nuovo film del turco Bilge Ceylan
Un ritorno a casa che diventa un sorprendente confronto generazionale, una potente riflessione sul tempo e sul destino comune di un’umanità legata da un sottile filo rosso. 
Chi conosce ed ama i film  del turco Nuri Bilge Ceylan (pluripremiato a Cannes dove ha vinto una Palma d’Oro, un premio alla regia e due Grand Prix della Giuria dal 2003 ad oggi) sa già cosa aspettarsi. Lunghissimi piani sequenza, inquadrature controllate e dialoghi spesso estenuanti per un cinema denso e poetico che richiede attenzione e pazienza estrema da parte di uno spettatore alla fine ripagato ed arricchito dall’esperienza visiva. 

Succede anche in questo L’albero dei frutti selvatici passato in concorso a Cannes 71 e rimasto stavolta senza premi (nota di demerito alla  giuria presieduta da Cate Blanchett). 
Tornato al suo villaggio natale in Anatolia, lo studente universitario Sinan (Aydin Dogu Demirkol) è in attesa di sostenere l’esame per insegnare e intanto cerca di raccogliere soldi per pubblicare il suo primo scritto (un meta romanzo di formazione, come lo definisce lui davanti al sindaco che per elargirgli i fondi regionali vorrebbe invece un’opera folcloristica). Il problema è fare i conti con i debiti del padre (Murat Cemcir, straordinario), un insegnante giudicato da tutti un irresponsabile e deriso dalla comunità. 

Il rispetto, quello degli abitanti del villaggio, della moglie e dell’altra figlia, lo ha perso da quando ha fatto del vecchio cane (l’unico che non lo giudica) e delle scommesse le uniche ragioni di vita. Scopriremo durante 3h08’ che quel padre e quel figlio, apparentemente lontanissimi e agli antipodi, condivideranno più di quel che sembra in un lento avvicinamento morale e persino artistico che però li condannerà allo stesso ineluttabile destino. 

Tra ricordi e sensi di colpa, concerti di sciacalli sotto la neve  e prestiti mai onorati (o forse no), baci rubati all’ombra di un pero e sogni premonitori (l’inseguimento e la fuga nel cavallo di Troia e l’indimenticabile neonato ricoperto da formiche nella culla che penzola dal ramo di un albero), ritagli di giornale nel portafoglio e  verità multiple, il nuovo film di Bilge Ceylan inneggia al culto della terra in una dolorosa riflessione sull’identità che diventa cinema alla maniera di un romanzo di Dostoevskij. Con l’autore di C’era una volta in Anatolia e Il regno d’inverno che non giudica mai i propri personaggi mettendo in scena la vita nel suo compiersi. 

Un film che invita al dialogo e a credere nella separazione come catastrofe costruttiva invitando a scegliere la strada apparentemente meno facile per ottenere in premio il proprio ruolo (Chi lo desidera davvero cerca la vita altrove). Ma è possibile conciliare tutto questo con le tradizioni familiari, i legami di sangue e dare un senso alle contraddizioni di una vita che si lacera tra l’incapacità di dare una forma creativa alle contraddizioni e l’impossibilità di risolverle? 

Temi alti e stile sorvegliato per un film che qualche volta (si veda il lunghissimo dialogo sulla religione tra il protagonista e i due imam) attenua e rischia di disperdere il suo enorme patrimonio simbolico ed evocativo (paesaggi che sembrano quadri a cielo aperto) a favore di una parola che spesso soffoca l’insieme. Non conosco la fine della strada ma cammino dice il padre al figlio nel bellissimo finale che spiazza e riconcilia e che conferma il talento e il rigore di un grande drammaturgo prestato al cinema.       

In sala dal 4 ottobre distribuito da Parthenos   


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