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martedì 11 settembre 2018
di Claudio Fontanini
LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO
Delude le attese la trasposizione cinematografica della graphic novel di Zerocalcare
La precarietà e la disillusione di una generazione fuori dal ciclo produttivo, uno squarcio metropolitano inusuale e colorato, una graphic novel di culto alle spalle (l’omonimo best seller di Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, è l’opera prima di 9 volumi pubblicati dal 2011 oltre a 4 storie brevi).
La precarietà e la disillusione di una generazione fuori dal ciclo produttivo, uno squarcio metropolitano inusuale e colorato, una graphic novel di culto alle spalle (l’omonimo best seller di Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, è l’opera prima di 9 volumi pubblicati dal 2011 oltre a 4 storie brevi). 

C’era grande attesa per La profezia dell’armadillo, presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti e ora in sala, ma la trasformazione del fumetto in personaggi in carne ed ossa sul grande schermo si rivela faticosa e indecisa sulla strada da intraprendere. Basato su uno script firmato dallo stesso Zero (che poi si è ritirato dal progetto) con Oscar Glioti, Valerio Mastandrea (che in origine doveva dirigere il film) e Johnny Palomba, il film, racconta il quotidiano di Zero (Simone Liberati), ventisettenne del quartiere periferico di Rebibbia dove manca tutto e non serve niente. 

Disegnatore senza un lavoro fisso arrotonda dando ripetizioni di francese ad un ragazzino viziato che preferisce Romanzo criminale a L’odio e cronometrando le file dei check-in all’aeroporto. Con una madre single (Laura Morante) alla quale cerca di dare- inutilmente- lezioni tecnologiche e un amico d’infanzia (Pietro Castellitto) col quale condivide quel mondo a parte dal quale non vuole evadere (a morte Roma nord) la vita di Zero è accompagnata dalla sua coscienza critica che lo aspetta a casa: un armadillo in carne ed ossa (dietro il costume c’è Valerio Aprea) che lo aggiorna su quello che succede nel mondo e su come comportarsi attraverso conversazioni paradossali. 

E poi c’è la morte di Camille (Sofia Staderini), vecchio amore adolescenziale mai confessato che ritorna sotto forma di insistiti flash-back costringendolo a fare i conti con la vita e con l’ingresso nel mondo dei grandi. Tra sacri giuramenti e spray al peperoncino, circolazione delle idee e calcolo del rischio, manifesti politici (Rinunciare significa scegliere) e metafore (L’importante non è la caduta ma l’atterraggio), riflessi condizionati (il cane di Pavlov), rottura degli schemi e orgoglio precario, l’esordiente Emanuele Caringi mette in scena una raffica di parole e concetti che non si fanno mai cinema. 

Altalenante negli esiti e discontinuo nello stile La profezia dell’armadillo versione cinematografica poteva (e doveva) diventare una sorta di Ecce bombo alla rovescia, una rappresentazione di controcultura giovanile vista dall’altra parte della città e della condizione sociologica. Invece il film di Caringi si limita a mettere in scena una serie di quadretti più o meno divertenti (noi segnaliamo il cammeo di Adriano Panatta all’aeroporto, la festa con la disquisizione tra zombie proletari e vampiri tronisti soprannaturali e l’apericena con Diana del Bufalo) che finiscono per far da cornice ad un quadro che manca di spessore. 

Gli amanti del fumetto resteranno delusi, gli altri, magari, si accontenteranno di qualche risata e dell’affiatamento scenico degli attori. Apparizioni dell’ex calciatore Vincent Candela, Teco Celio, Kasia Smutniak (nei panni di un’operatrice ecologica notturna) e Claudia Pandolfi in versione madre borghese. 


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