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martedì 4 settembre 2018
di Claudio Fontanini
OPERA SENZA AUTORE
In concorso a Venezia 75 un’affascinante indagine sulla creazione artistica
E’ possibile trasformare in arte il sangue delle proprie ferite? E’ la questione al centro di Opera senza autore (Never look away) il terzo lungometraggio del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck (Le vite degli altri, Oscar come miglior film straniero nel 2007, e il trascurabile The Tourist del 2010) che per l’occasione torna a girare in patria
E’ possibile trasformare in arte il sangue delle proprie ferite? E’ la questione al centro di Opera senza autore (Never look away) il terzo lungometraggio del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck (Le vite degli altri, Oscar come miglior film straniero nel 2007, e il trascurabile The Tourist del 2010) che per l’occasione torna a girare in patria. 

Passato in concorso alla 75ma Mostra del cinema di Venezia (da noi arriverà in sala il 4 ottobre) il film, ispirato ad eventi realmente accaduti, racconta tre epoche di storia tedesca attraverso l’intensa vita dell’artista Kurt Barnert (Tom Schilling). 
Dalla Dresda del ’37 alla Dusseldorf del ’67, dagli orribili crimini del nazismo alla Germania divisa del dopoguerra, dalla sanità ereditaria come modello nazionalista alla raffigurazione artistica di un’individualità impossibile da spiegare.

Con destini e storie private che s’incrociano e s’intrecciano con quelli della Storia in un sapiente melodramma artistico che richiede attenzione e pazienza (durata 188’, davvero troppi), il nuovo film di Henckel von Donnersmarck trae ispirazione dall’incontro col pittore tedesco Gerhard Richter (I miei dipinti sono molto più intelligenti di me diceva) i cui quadri sono rimasti impressi negli occhi del regista come una melodia. 

Proprio quella sinfonia di clacson suonata da un gruppo di furgoncini allineati che si ascolta due volte nel film e che testimonia- letteralmente- il rapimento estatico che sfocia nella condivisione totale con l’insieme. Film che parla di visibile e invisibile, soggettivo e oggettivo (Bisogna credere a ciò che si rappresenta) e che attraverso l’uso politico dell’arte testimonia il cambiamento radicale del nostro sguardo. Con quel ragazzino instradato sulla via del bello da una zia bellissima e stravagante (la meravigliosa Saskia Rosendahl) e che finirà per essere etichettata dal regime nazista come schizofrenica. 

Tra padri impiccati e bombe che piovono dall’alto insieme alla carta stagnola, un amore osteggiato e penne come spade, l’iscrizione all’Accademia delle Belle arti e una serie di maternità mancate (I nostri quadri devono diventare i nostri figli dice la bella Paula Beeer al protagonista dopo essere stata costretta ad abortire dal padre, il monolitico a austero Sebastian Koch nei panni di un famoso ginecologo dall’oscuro passato) quel bambino diventerà nel frattempo un trentenne squattrinato e in cerca d’ispirazione.

Perché solo nell’arte la libertà non è un’illusione e così la vera rivoluzione, più che quella invocata dai partiti, è quella che si combatte dentro il nostro io (Liberando noi stessi liberiamo il mondo dice a Barnert il professore dell’Accademia che nasconde un segreto sotto il cappello) e per trovare la forma perfetta d’espressione il dolore può essere risolutivo. E intanto il mondo cambia e il passato bussa alla porta con quelle copie di foto che diventano quadri dai contorni sfocati e dai quali emergono più verità che da un ritratto sul giornale. 

Con arte e vita che si mescolano alla perfezione in un girotondo di eventi e passioni che porteranno alla luce l’opera senza nome del titolo che suggerisce persino la necessità di proteggersi dell’artista. Controllato e impeccabile stilisticamente, il film di Henckel von Donnersmarck mette in scena il potere salvifico dell’arte e il magma primordiale della creazione che porta in sè qualcosa di divino. Una ricerca ossessiva di quella verità che Opera senza autore percorre sul doppio binario storico e artistico. 

Un film affascinate, complesso e accurato (con un’elaborata ricostruzione delle opere principali della storica mostra Entartete Kunst- Arte degenerata) che sbanda un po’ nella parte centrale (ricca di ripetizioni ed inutili insistenze narrative) e che sconta una certa prevedibilità. Poco sorprendente ma solido (in perfetto stile teutonico) il film riscatta- almeno in parte- il tonfo americano con l’accoppiata Pitt-Jolie e riconduce il regista tedesco sulla strada maestra.

Nelle sale dal 4 ottobre distribuito da 01


 
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