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mercoledì 4 luglio 2018
di Claudio Fontanini
Estate 1993
Il magnifico esordio alla regia di Carla Simòn in un film toccante girato ad altezza bambino
Cos’è una famiglia? Come deve essere costruito un rapporto affettivo? Come si può raggiungere un nuovo, seppur fragile, equilibrio nella vita quotidiana? A queste ed altre domande risponde uno degli esordi più convincenti dietro la macchina da presa degli ultimi anni. 
Passato al Festival di Berlino nel 2017 (miglior opera prima) e candidato all’Oscar per la Spagna nel 2018, Estate 1993 di Carla Simòn è un delicato e commovente ritratto infantile che segna il confine di sentimenti agli antipodi e improvvise prese di coscienza. 

Siamo nella Catalogna degli anni ’90 dove, dopo la morte dei genitori, la piccola Frida (la prodigiosa Laila Artigas) passa la sua prima estate con la nuova famiglia adottiva. Con uno zio (David Verdaguer), una zia (Bruna Cusì) e una piccola cuginetta che devono trasformarsi in un padre, una madre e una sorella.
Ed ecco quella bambina di 6 anni salutare il suo vecchio mondo nella prima e magnifica sequenza dove convivono lutto e folclore, lacrime e fuochi d’artificio, per trasferirsi nella sua nuova e misteriosa realtà. 

Con la natura circostante da scoprire e quella inaspettata libertà conquistata che si fanno a poco a poco minaccia per i suoi nuovi tutori, apparentemente disponibili e tolleranti ma in realtà poco disposti alle nuove regole imposte dalla nuova arrivata. E così tra bambole e preghiere, black out elettrici e balli in maschera, ginocchia sbucciate, piani di fuga  e prove di trucco e di forza (la cuginetta lasciata sola nel bosco in un gioco spietato che svela la gelosia latente di Frida) il film autobiografico della 32enne Carla Simòn (girato nei veri luoghi in cui si è trasferita la regista all’età di 6 anni ndr) vive di umori e sguardi, sensazioni e felici intuizioni. Piccoli momenti rubati alla vita vera in quello che sembra, per la credibilità dell’insieme, più un documentario che un lungometraggio di finzione. 

Con la macchina da presa che pedina la piccola protagonista come in un film dei Dardenne e mette in luce le ragioni di ogni personaggio (occhio anche alle visite dei nonni) con un apprezzabile onestà d’intenti e un occhio allenato alla poesia del quotidiano
Una coccinella che svolazza da una mano, un uovo di gallina da raccogliere nei contenitori, una pianta di lattuga scambiata per verza, un improvviso temporale estivo che spaventa e unisce, un ciuffo di capelli ribelli, una telefonata alla mamma morta in un viaggio alla ricerca di una nuova identità girato ad altezza bambino

Con quell’indimenticabile pianto finale che sa di liberazione e consapevolezza e che ci regala la fotografia di una nuova famiglia capace di condividere e comprendere. Da non perdere, se possibile in edizione originale.        
 
Nelle sale dal 5 luglio distribuito da Wanted   


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