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venerdì 15 giugno 2018
di Claudio Fontanini
A QUIET PASSION
Una superba Cinthia Nixon nei panni della poetessa Emily Dickinson
Una storia di ribellione intima, un dramma familiare e un viaggio nei sogni inespressi e nelle stanze segrete della solitudine. Il tutto raccontato attraverso i vibranti versi di Emily Dickinson (sullo schermo una straordinaria e sorprendente Cinthia Nixon, sì proprio quella di Sex and the City), travagliata e complessa poetessa
Una storia di ribellione intima, un dramma familiare e un viaggio nei sogni inespressi e nelle stanze segrete della solitudine. Il tutto raccontato attraverso i vibranti versi di Emily Dickinson (sullo schermo una straordinaria e sorprendente Cinthia Nixon, sì proprio quella di Sex and the City), travagliata e complessa poetessa che trovò nella parola scritta rifugio e conforto ai dolori della vita. 

Dalla gioventù di ragazza ostinata e ribelle (nei panni della Dickinson giovane c’è Emma Bell) alla insoddisfacente maturità nella protezione/prigione di una famiglia dalla quale non ha mai voluto staccarsi. Si comincia in un rigido collegio femminile nel quale Emily capisce ben presto che docilità equivale a schiavitù e si finisce in braccio ad una integrità morale e ad una esemplare unicità che, nell’800 come oggi, marca la distanza tra essere e apparire

In mezzo un padre severo eppure illuminato (un imponente Keith Carradine che le concede il permesso di scrivere i suoi versi di notte, a lume di candela, mentre gli altri dormono), una madre depressa, un fratello che vorrebbe andare in guerra e una sorella solare. Con Emily che rifiuta d’inginocchiarsi in salotto per riconoscere i propri peccati davanti al Pastore giunto in visita nella dimora di Amhrest, in Massachusetts, e compone una poesia al giorno con poche speranze di pubblicazione. 

Versi di rigore e dignità immensi che parlano di  paura e bellezza del mondo, ferite del cuore e peso dell’ordinario, stagioni dell’amore e celebrazione della morte. Ribelle sotto mentite spoglie e disillusa eroina dei sentimenti, la Emily Dickinson di Terence Davies sfida il tempo e le sue convenzioni tratteggiando la differenza tra religioso e spirituale e quella tra dimostrare e rivelare. Inganniamo noi stessi e poi gli altri e questa è la peggiore delle bugie dice la poetessa in una frase manifesto che simboleggia l’assoluto bisogno di sincerità interiore e tutto ciò che comporta. Perché portare su di se il peso dell’indipendenza dell’anima è esercizio assai complicato (Il rigore non sostituisce la felicità dice consapevole la Dickinson). 

Tra dialoghi affilati e spunti persino comici nella prima parte ( Andare in chiesa è come andare a Boston:ti diverti solo quando torni a casa dice l’ottima Catherine Baile nei panni dell’amica sfrontata e accattivante), virtù e vizi mascherati, ipocrisia, attenzione alla punteggiatura (giovani scrittori imparate…) e  fama postuma (E’ solo per coloro che da vivi non meritano attenzione dice delusa la poetessa che morirà senza onori nel 1886 a 56 anni per una malattia ai reni),  A quiet passion è opera elegante e raffinata (lode ai costumi e alla fotografia) che arde sotto la cenere di una magnifica confezione. 

Colto ed emozionante, sottile, sontuoso e straziante, quello del redivivo regista di Voci lontane, sempre presenti è un cinema che obbliga allo sguardo e alla riflessione e che, in questo caso, supera di slancio le trappole del biopic. Peccato soltanto per una certa inutile insistenza nelle scene di morte che fioccano nella seconda parte del film.       

In sala dal 15 giugno distribuito da 01


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