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domenica 3 giugno 2018
di Claudio Fontanini
LA TERRA DELL’ABBASTANZA
Il magnifico esordio alla regia dei fratelli D’Innocenzo tra neorealismo e allucinazione
Un prodigioso esordio dietro la macchina da presa, un racconto crudo e spietato, una storia di (de)formazione che colpisce come un pugno allo stomaco. Nati a Tor Bella Monaca e cresciuti ad Anzio e Lavinio, i fratelli D’Innocenzo con La terra dell’abbastanza segnano i confini di un cinema che riecheggia la tradizione del nostro migliore neorealismo alla quale aggiungono
Un prodigioso esordio dietro la macchina da presa, un racconto crudo e spietato, una storia di (de)formazione che colpisce come un pugno allo stomaco. Nati a Tor Bella Monaca e cresciuti ad Anzio e Lavinio, i fratelli D’Innocenzo con La terra dell’abbastanza segnano i confini di un cinema che riecheggia la tradizione del nostro migliore neorealismo alla quale aggiungono lo sguardo allucinato e febbrile dell’Abel Ferrara di Fratelli o del Cattivo tenente

Mirko e Manolo (i bravissimi Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano) sono due giovani amici della periferia romana. Consegnano pizze di sera, frequentano la solita comitiva e progettano un futuro dietro un bancone di un bar dopo aver studiato all’alberghiero. 
Bravi ragazzi, figli di realtà asfittiche e famiglie monche (il primo vive con la madre- l’intensa Milena Mancini- il secondo col padre- un inedito e convincente Max Tortora in versione drammatica) catapultati all’improvviso sulla strada di un inferno senza ritorno. A scatenare gli eventi è un casuale incidente d’auto con i due (alla guida c’è Mirko) che investono un uomo sbucato dal nulla e fuggono senza fermarsi. 

Si scoprirà poco dopo che il corpo di quell’uomo è quello di un pentito di un clan criminale di zona e così quella tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna. Il rispetto e il denaro mai avuti li fornisce così il boss in ascesa (Luca Zingaretti) che prende i due sotto la sua ala protettiva instradandoli alla malavita e alla presunta onnipotenza. Con Mirko e Manolo che sembrano nati per premere il grilletto (Non hanno consapevolezza di quello che fanno, sono portati dice a Zingaretti il suo guardaspalle) e quei sensi di colpa sopiti che intanto scavano inesorabilmente l’animo. 

Tra sguardi nel vuoto e fine delle illusioni, feste di compleanno per bambini e sesso violento (la fidanzatina di Mirko a letto non lo riconosce più), notti insonni e regolamenti di conti, il film dei fratelli D’Innocenzo- presentato all’ultimo Festival di Berlino nella sezione Panorama- accumula sapientemente disumanizzazione in un gioco perverso di assuefazione al male nel quale la violenza regna sovrana. Una spirale tragica alla quale fanno da decisivo controcanto le due figure genitoriali, vittime e carnefici al tempo stesso di un destino ostinato e contrario al quale si cerca di sfuggire. 

Teso, incalzante ed essenziale (si veda la magnifica sequenza dell’arrivo notturno alla baracca con gli spari che si ascoltano senza vedere cosa succede dentro), La terra dell’abbastanza- girato a Ponte di Nona, a Roma Est, in una periferia magica popolata da casette variopinte- è un film di trasformazioni, fisiche e morali, che non si dimentica facilmente. 
Merito di corpi e facce più veri del vero e di dialoghi sempre crudi e credibili ai quali i giovani registi romani regalano significativi sottotesti e primissimi piani esplicativi. Buona la prima ed ora, per l’opera seconda, è in programma un western al femminile. 

Nelle sale dal 7 giugno distribuito da Adler
    


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