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giovedì 17 maggio 2018
di Claudio Fontanini
DOGMAN
Matteo Garrone in concorso a Cannes con una storia sulla perdita dell’innocenza
Più che il racconto di un vecchio fatto di cronaca, la trasposizione visionaria dell’irrinunciabile diritto alla dignità umana. Rielaborando la vicenda del Canaro della Magliana (nel febbraio dell’88 Pietro De Negri, toelettatore per cani, sequestrò nel suo negozio e uccise l’ex pugile aguzzino Giancarlo Ricci ndr), Matteo Garrone torna
Più che il racconto di un vecchio fatto di cronaca, la trasposizione visionaria dell’irrinunciabile diritto alla dignità umana. Rielaborando la vicenda del Canaro della Magliana (nel febbraio dell’88 Pietro De Negri, toelettatore per cani, sequestrò nel suo negozio e uccise l’ex pugile aguzzino Giancarlo Ricci ndr), Matteo Garrone torna sui luoghi (sono gli stessi, quelli del Villaggio Coppola sulla riviera domiziana) e le atmosfere sospese de L’imbalsamatore, uno dei suoi film migliori datato 2002

Denso e trasognato, favolistico, tenero ed orrorifico (ma chi si aspettasse scene truci o splatter resterebbe deluso), Dogman- appena passato in concorso a Cannes- sembra un western suburbano con aspirazioni persino religiose (con quel cadavere portato sulle spalle del piccolo e mite protagonista che rimanda all’espiazione sulla terra). 
In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia (lode alla magnifica fotografia di Nicolaj Bruel e alle scenografie di Dimitri Capuani) quella di Marcello (il prodigioso e poco conosciuto Marcello Fonte che meriterebbe il premio come miglior attore a Cannes) diventa così la storia di una perdita d’innocenza in un mondo popolato dalla sopraffazione. 

Candido omino costretto a dire troppi sì prima di non poter più dire no, quell’amante dei cani (straordinarie e amorevoli tutte le sequenze con gli animali che diventano il terzo personaggio del film) vive in un limbo la sua guerra di resistenza. Con quel negozio che è un territorio neutro nel quale rifugiarsi mentre tutto intorno è violenza e lotta di sopravvivenza ad ogni costo. 
Eppure a Marcello tutti vogliono bene (il gestore della sala scommesse Francesco Acquaroli, il pusher Mirko Frezza, il compro oro Adamo Dionisi,  bravissimi esponenti della brutale peggio romanità sullo schermo) e nessuno disturba il suo onesto lavoro. 

Con quelle partite di calcetto nella nebbia che significano accettazione ed integrazione in un sistema del quale Marcello non vuole far parte. Ma la legge del più forte s’impone ed ecco che a dettare i tempi e i rituali delle giornate post lavorative del protagonista di Dogman arriva Simoncino (un irriconoscibile e spaventoso Edoardo Pesce), silenzioso ex pugile dai modi spicci che costringe Marcello a seguirlo nelle sue scorribande notturne. 

Travolto dagli eventi (c’è di mezzo una rapina con scasso) e incapace per paura o, peggio, nascosta ammirazione, di denunciare quella feroce  scheggia impazzita (Marcello si farà un anno di carcere al posto suo in cambio di una somma di denaro che non riceverà mai) l’uomo dei cani finirà per percorrere la stessa strada del suo nemico nel tentativo, fallito, di riscattarsi da una vita di umiliazioni e illusioni. 

Tra pestaggi a sangue e concorsi di bellezza canini (nella prima parte, la più riuscita, c’è persino spazio per qualche sorriso),  immersioni sott’acqua e minacciosi rombi di moto (straordinario il lavoro sui suoni), discoteche illuminate (con Simoncino nei panni di un moderno Lucignolo e Marcello in quelli di un Pinocchio spaesato ed incredulo in quella tentacolare città del vizio) e orizzonti marini che prefigurano fughe impossibili, Garrone sconfina dal consueto rapporto vittima-carnefice per disegnare il ritratto di un luogo di frontiera che si fa mondo

Un mondo nel quale la bontà non ha spazio e dove domina l’indifferenza al motto di mors tua vita mea. Scritto da Garrone con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso (gli stessi de L’Imbalsamatore) questo Dogman diventa una sorta di viaggio al termine della notte che non regala speranza (peccato per quel sottofinale onirico del quale si poteva fare a meno) e costringe alla solitudine e all’emarginazione. 
Per dirla alla Sorrentino è il prezzo da pagare per le conseguenze dell’amore. 

Mai così essenziale e potente, Garrone sembra chiudere con Dogman una sorta di trilogia dell’orrore quotidiano da fatti di cronaca iniziata con L’imbalsamatore e proseguita con Primo amore nel lontano 2004. A tre anni dalla coraggiosa parentesi fantasy (Il racconto dei racconti) non apprezzata colpevolmente da molti, una sorta di punto e a capo stilistico che conferma il regista di Gomorra come uno dei nostri migliori autori.   
 
Nelle sale dal 17 maggio distribuito da O1

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http://www.01distribution.it

 
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