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domenica 15 aprile 2018
di Claudio Fontanini
MOLLY’S GAME
Una seducente Jessica Chastain al tavolo da poker nell’esordio alla regia di Sorkin
Da promessa dello sci a principessa del poker che gestì per 8 anni un giro clandestino di partite dagli incassi stratosferici. La scalata sociale di Molly Bloom somiglia curiosamente a quella di Tonya Harding, la controversa pattinatrice sul ghiaccio protagonista del magnifico film di Craig Gillespie ancora nelle sale. Sport e voglia d’indipendenza, successo e ingombranti retaggi
Da promessa dello sci a principessa del poker che gestì per 8 anni un giro clandestino di partite dagli incassi stratosferici. La scalata sociale di Molly Bloom somiglia curiosamente a quella di Tonya Harding, la controversa pattinatrice sul ghiaccio protagonista del magnifico film di Craig Gillespie ancora nelle sale. 
Sport e voglia d’indipendenza, successo e ingombranti retaggi familiari s’intrecciano anche in questo Molly’s game, esordio alla regia dello sceneggiatore Aaron Sorkin (The Social network, Steve Jobs) e trasposizione autobiografia della storia pubblicata nel 2014

Raccontato in prima persona con una voce fuori campo che accompagna lo spettatore per tutto il film e interpretato a meraviglia da una seducente Jessica Chastain in abiti succinti e trucco pesante, Molly’s game inizia dall’arresto notturno della donna da parte del’FBI per riavvolgere il nastro sulla vita di quella campionessa mancata (a 16 anni subì un’operazione di 7 ore per una scoliosi a rapida insorgenza e dopo il ritorno in pista cadde rovinosamente in una gara decisiva) in bilico tra affermazione personale e pressioni paterne (il padre, allenatore e terapista è Kevin Costner). 

Ed ecco quell’adolescente timida e inquieta di Loveland, Colorado, costretta ad allenamenti sfiancanti e paragoni perdenti coi due fratelli e programmata per vincere contro il suo volere.
Sarà l’anno sabbatico dopo il ritiro dallo sport agonistico e i litigi col padre ad indirizzarla verso quello che diverrà il suo nuovo mondo: quello del tavolo verde del poker. 
Prima di proseguire gli studi di giurisprudenza ad Harvard il fatale incontro a Los Angeles con un organizzatore di partite clandestine le farà capire che forse comandare è meglio che vincere

Da cameriera di un night club a segretaria fino a manager di se stessa, in grado di mettere in piedi partite con un Buy-in da 250.000 dollari e alle quali parteciparono star del cinema e finanzieri, uomini d’affari, politici e campioni dello sport. Fino all’arrivo della mafia russa che mise in pericolo quella efficiente macchina da soldi e azzerò ogni possibilità di successo personale.
Perché giocare a poker e giocare d’azzardo non sono la stessa cosa e pareggiare i conti (l’epitaffio degli scommettitori) è impossibile. 

Tra fogli di calcolo e poste polverizzate, telecamere nascoste e fiches false, droghe e conigliette di Playboy, Monet in garanzia e citazioni (Churchill: Il successo è l’abilità di spostarsi di fallimento in fallimento senza perdere entusiasmo), quella donna apparentemente senza scrupoli e che si chiama come un personaggio dell’Ulisse di Joyce dovrà decidere tra una riduzione della pena o una carriera compromessa. 
Perché l’FBI vuole i nomi dei mafiosi russi (ma Molly li conobbe davvero?) e fa pressioni sul suo avvocato idealista (Idris Elba) perché quei 100 milioni di dollari riciclati e di provenienza illecita trovino una giustificazione. 

Candidato agli ultimi Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, il film di Sorkin mette in scena l’eleganza e i rituali del poker attraverso una tipologia di giocatori sin troppo sfocata. 
Tipi e mai personaggi che non fanno mai ombra alla Chastain, unica ed assoluta protagonista di un film che sembra indeciso sulla strada da intraprendere. E così, tra paternali fuori tempo massimo (La tua tossicodipendenza era avere potere sui potenti dice Kevin Costner a Molly su una panchina per una seduta terapeutica di tre anni in 3’) e partite poco emozionanti (con la voce fuori campo che spiega l’andamento del gioco come una fastidiosa radiocronaca), vite rovinate e bambine che leggono Il crogiuolo di Miller questo Molly’s game finisce per dare un senso di sazietà ben prima delle 2h20’ di durata.

Scenografie rutilanti, fotografia di gran classe e montaggio frenetico
non bastano così a nascondere una sottile sensazione di occasione mancata.
Meno colore e più intimità, un occhio più attento al quadro che alla cornice e questo esordio di Sorkin avrebbe avuto un altro spessore. 

Nelle sale dal 19 aprile distribuito da O1 
    

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