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lunedì 9 aprile 2018
di Cristina Giovannini
The Silent Man
Un film sul caso Watergate ma raccontato dall’interno dell’FBI
Il 17 giugno 1972 è una data miliare nella storia contemporanea d’America, lo scoppio di uno scandalo politico senza precedenti; il caso Watergate fu innescato dalla casuale scoperta di una serie di intercettazioni illegali avvenute nel quartier generale del partito democratico, l’Hotel Watergate  di Washington, ad opera degli avversari repubblicani.

Da qui le successive pubblicazioni di tutti i retroscena ad opera dei due giornalisti del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein, immortalati sullo schermo da Robert Redford e Dustin Hoffman nel leggendario e pluripremiato film Tutti gli uomini del presidente di Alan Pakula (1976). Una bomba che portò alle dimissioni di Nixon.
Ma chi fornì ai due reporter le scottanti informazioni? Per tre decenni l’identità di Gola Profonda (Deep Throat), pseudonimo della loro fonte anonima, rimase un mistero insoluto finchè nel 2005 venne alla luce che si trattava di Mark Felt, vicedirettore  dell’FBI.

Ispirato alla vera storia di questo informatore segreto, arriva sugli schermi The Silent Man  scritto e diretto da Peter Landesman, già giornalista investigativo e corrispondente di guerra, e prodotto da Ridley Scott. Mark Felt ha la statura imponente e il fisico elegante di Liam Neeson  la cui interpretazione pacata ma risoluta costituisce l’asse portante di tutto il film.
Prendendo come spunto di partenza i libri dello stesso Felt: The FBI Pyramid: From the Inside e A G-Man’s Life (scritto con John O’Connor), Landesman ha iniziato a documentarsi approfonditamente per la sceneggiatura grazie anche alla possibilità di aver trascorso tre anni insieme a Felt prima che questi morisse nel 2008 all’età di 95 anni.

Nella trama articolata del film i fatti storici più noti che sfilano sullo sfondo come la morte di Edgar J. Hoover capo dell’FBI (che aveva nominato Felt suo vice) rimpiazzato da James Gray, lo scoppio dello scandalo che travolge tutta l’amministrazione di Nixon costretto poi a dimettersi, gli abboccamenti di Felt con i reporter, i sospetti sulla talpa che investono anche lo stesso Felt malgrado questi neghi per molto tempo, si intrecciano con le vicende private del protagonista.
La fuga di sua figlia Joan e il suo ritrovamento in una comunità hippie, i rapporti con sua moglie Audrey (interpretata da Diane Lane) che in seguito morirà suicida.

La novità è che questa volta l’argomento viene inquadrato direttamente dall’interno dell’FBI e dall’angolazione del diretto protagonista. Un personaggio che Landesman dimostra di ammirare ma senza farne un’eroe a tutto tondo, un uomo tutto d’un pezzo  dilaniato dal  dilemma (ben evidenziato in verità) tra il suo codice morale, che gli impone di denunciare la corruzione dell’amministrazione Nixon e delle alte sfere, e il codice dell’FBI a cui ha dedicato trent’anni della sua vita che vieta di fare la spia. Ed è questa, al di là degli eventi storici raccontati, la parte più interessante e vitale della pellicola.

Un film di denuncia, sobrio e misurato ma tendente alla noia, molto parlato e incentrato su un argomento troppo abusato e ormai privo di appeal. Almeno per noi ma non, a quanto pare, per il pubblico americano a riprova che la ferita è ancora aperta e il trauma non è stato metabolizzato.
O forse, più semplicemente, una mossa tutta politica e strumentale visto il film era pronto già da alcuni anni ma viene fatto uscire solo ora che il seggio dell’uomo più potente del mondo è occupato da qualcuno inviso alle élite e al gotha di Hollywood.

Nelle sale dal 12 aprile distribuito da Bim






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http://www.bimfilm.com

 
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