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domenica 8 aprile 2018
di Claudio Fontanini
IO SONO TEMPESTA
La tragicomica farsa sociale di Luchetti dove ricchi e poveri si somigliano
C’erano una volta i poveri ma belli di Dino Risi. Quelli che rappresenta Daniele Luchetti in Io sono tempesta, il suo ultimo film, sono amorali, cinici e avidi. A spingerli sulla via della perdizione è un finanziere megalomane e senza scrupoli (Marco Giallini) che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro, ha appena concluso un affare a nove zeri col Kazakistan e abita, da solo, nel suo immenso hotel deserto
C’erano una volta i poveri ma belli di Dino Risi. Quelli che rappresenta Daniele Luchetti in Io sono tempesta, il suo ultimo film, sono amorali, cinici e avidi. A spingerli sulla via della perdizione è un finanziere megalomane e senza scrupoli (Marco Giallini) che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro, ha appena concluso un affare a nove zeri col Kazakistan e abita, da solo, nel suo immenso hotel deserto

Quando la legge gli presenta il conto- a causa di una vecchia condanna per evasione fiscale (In Italia fanno curriculum…) c’è da scontare un anno di pena ai servizi sociali- eccolo fare il suo ingresso trionfale in Maserati al centro di accoglienza che dovrà ospitarlo tra lo stupore dei senzatetto che lo odiano a prima vista. 
Come stabilire con gli altri quell’empatia che è la parola d’ordine di Angela (Eleonora Danco), la direttrice caritatevole ma non troppo dell’istituto? Prima trovando un grimaldello in Bruno (Elio Germano), un giovane padre nullatenente con figlio al seguito (l’ottimo Francesco Gheghi), quindi facendo leva sull’improvvisa voglia di alta finanza di un gruppetto di scalcinati clochard. 

Sono loro che dovranno certificare la guarigione morale del condannato che invece finirà per trascinarsi dietro, a colpi di bolle speculative tra poveri, quella banda decisa a tutto per rinascere. Accompagnato sui titoli di testa da Ho visto un Re di Enzo Jannacci (ma il film, contrariamente da quanto lascerebbe presagire la storica canzone, è ambientato a Roma) Io sono tempesta vuol essere,  nelle intenzioni di Luchetti, una farsa sociale e un’opera buffa sul potere del denaro che prescinde  dal realismo consolatorio e scivola con leggerezza nella fiaba politicamente scorretta. 

Un piccolo affresco tragicomico interpretato da attori di razza (ottima la chimica tra un Giallini cialtronesco e sornione e un Germano sopra le righe e al terzo film con Luchetti dopo Mio fratello è figlio unico e La nostra vita) mescolati a non professionisti reclutati dalla strada che però non convince fino in fondo. Colpa di una sceneggiatura sin troppo prevedibile (a firmarla con Luchetti ci sono Giulia Calenda e Sandro Petraglia che sono partiti anni fa dall’esplorazione dell’esperienza berlusconiana) e che sembra di accontentarsi di qualche facile battuta piuttosto che puntare l’indice contro lo stato delle cose. 

D’accordo non giudicare e mettersi ad altezza personaggio senza pontificare ma qui si rischia il qualunquismo e per un regista come Luchetti, da sempre impegnato sulla via del cinema d’impegno social-politico (Il portaborse, Arriva la bufera), è peccato grave. Tra opportunità e destini incrociati, fondi patrimoniali e puttane psicologhe (infinitamente lunga la sequenza al ristorante con Germano), roulotte in affitto e pigiami di seta in regalo (la scena migliore del film), rischia e vinci e leggi assistenziali, la strana fratellanza dei due protagonisti finisce per annaspare in un film che accumula troppi spunti senza rifletterne a pieno

E così il merito maggiore del film di Luchetti, diviso in capitoli e sostenuto dalle musiche invasive di Carlo Crivelli, è quello di mettere da parte la borghesia, assoluta protagonista di tanta (troppa) commedia all’italiana 2.0.      
Nelle sale dal 12 aprile distribuito da O1
    

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http://www.01distribution.it

 
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