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venerdì 9 febbraio 2018
di Claudio Fontanini
Ore 15:17 attacco al treno
Il deludente film di Eastwood rievoca coi veri protagonisti l’attentato del 2015
Anche i grandi inciampano e quando succede il tonfo fa più rumore. Alla soglia degli 88 anni (li compirà il prossimo 31 maggio) Clint Eastwood prosegue sulla scia narrativa degli ultimi film (storie di uomini comuni che diventano eroi) ma stavolta il gioco è così scoperto da finire dritto nella retorica più bieca e nel patriottismo manicheo a stelle e strisce. 
E’ un film che piacerà tanto a Donald Trump questo Ore 15:17 attacco al treno che rievoca lo sventato attentato sul treno Thalys partito da Amsterdam e diretto a Parigi. Nelle prime ore della sera del 21 agosto 2015, tre giovani americani in viaggio verso l’Europa riuscirono coraggiosamente (e con un po’ di fortuna) ad immobilizzare un terrorista marocchino che aprì il fuoco sui passeggeri con un kalashnikov. 

Se pensate ad un film di azione state alla larga. Piuttosto il nuovo film di Eastwood (per chi scrive il più brutto della sua luminosa carriera) è una sorta di documentario mascherato visto che ad interpretare i tre americani di Sacramento sono proprio i veri protagonisti della vicenda. Sceneggiato da Dorothy Blyskal (alla base c’è l’omonimo libro scritto dai tre col giornalista Jeffrey E.Stern e pubblicato in Italia da Rizzoli) il film ripercorre la vita e l’amicizia del trio dei valorosi yankee alternando le immagini dell’infanzia a quelle sul treno. 
Ed ecco, 10 anni prima dell’attentato, Anthony Sadler, Alek Skarlatos e Spencer Stone fare conoscenza a scuola davanti all’ufficio del preside. Figli di madri single e ragazzini solitari e appartati (uno combatte col deficit di attenzione) troveranno la loro unione nel gioco della guerra, maneggiando armi e studiando piani militari. 

Il primo, nero, diventerà uno studente di kinesiologia e atletica alla California State University, gli altri due, bianchi, finiranno in divisa. Con Stone sergente dell’Air Force e Skarlatos impiegato nella Guardia nazionale dell’Oregon e reduce da una missione in Afghanistan. Teorie e pratiche che saranno utili su quel treno e che Eastwood filma con la mano sinistra (possibile che dietro la macchina da presa ci sia il regista di tanti capolavori?) tanto per sbandierare la sua fede politica nella grande America che prega e bombarda a ragione veduta. 
Perché la guerra è una cosa speciale e il cameratismo da trincea è un valore e così, dopo i ritratto insipido di tre giovani non particolarmente intelligenti e attraenti che viaggiano per l’Europa, ecco la lezione politica di Eastwood che diventa propaganda e assoluzione totale di misfatti compiuti nel nome della democrazia. 

Artificioso e mai emozionante, 15:17 attacco al treno accompagna lo spettatore in un giro europeo da cartolina (a Roma i tre passano da Fontana di Trevi al Colosseo, da Piazza di Spagna al Vaticano per poi spostarsi a Parigi e Berlino diretti ad Amsterdam) infarcito di dialoghi banali e vuoti che però spingono Eastwood a fare di questi tre ragazzoni dei predestinati all’eroismo (Non pensi mai che la vita ti stia spingendo verso qualcosa di più elevato? domanda uno agli altri in un improvviso slancio filosofico). 

Un filo d’ironia (una guida turistica a Berlino ricorda ai tre ignoranti che furono i russi a far scappare Hitler…) non basta a scalfire il monolite in mimetica di Eastwood che finisce in gloria (Signore fa di me uno strumento per la pace…dice la voce fuori campo di uno dei tre eroi che perdona il nemico dopo averlo abbattuto) e stringe la mano a quei portatori sani di valori armati. Una pallottola non ci salverà…
Lo diciamo da qualche anno: per noi la grande carriera artistica di Eastwood doveva finire col magnifico Gran Torino del 2008. Quello sì un toccante testamento morale e spirituale di una nazione.  

In sala dall’8 febbraio distribuito da Warner Bros.Pictures


 
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