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mercoledì 3 gennaio 2018
di Claudio Fontanini
Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Una magistrale Frances McDormand nel film di McDonagh vincitore di 4 Golden Globe
Una strada poco trafficata, una donna piena di rabbia e dolore, una morte senza un colpevole e tre manifesti sui quali affiggere sdegno e domande provocatorie. Passato in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia dove ha vinto l’Osella per la miglior sceneggiatura e candidato a 6 Golden globe (film drammatico, attrice protagonista, attore non protagonista e sceneggiatura)Tre manifesti a Ebbing, Missouri conferma il talento e la tenuta narrativa del suo autore, l’irlandese Martin McDonagh alla terza regia dopo gli ottimi In Bruges (2008) e Sette psicopatici (2012).
Mildred Hayes (una Frances McDormand da Oscar) vive da sette mesi con un chiodo fisso in testa: trovare l’assassino della figlia, rapita, stuprata e bruciata. 

La polizia brancola ancora nel buio e tra agenti razzisti e mammoni (un fenomenale Sam Rockwell) e un comandante alle prese con un cancro al pancreas (Woody Harrelson, sempre più asciutto e convincente) sembra aver dimenticato quel caso spinoso. 
A ricordarlo, a loro e all’intera comunità, penserà quella donna scorbutica e disposta a tutto pur di avere giustizia, che affitta per un anno tre cartelloni rimasti vuoti dall’’86 (Se non ci si può fidare di avvocati e pubblicitari cosa rimane dell’America?) e disposti in fila lungo una strada di campagna.
Con quelle domande alla polizia locale e al suo capo che scateneranno la loro reazione in un crescendo di situazioni e avvenimenti nei quali ogni personaggio compierà un vero e proprio percorso verso la redenzione morale. 

E’ il merito maggiore di un film che si sviluppa e si articola in piccole zone d’ombra che solo gli sviluppi narrativi chiariranno fino in fondo e con quel finale aperto che forse rimette tutto in discussione
Tra esposti ufficiali e dentisti seviziati, ex mariti violenti e preti cacciati di casa (durissimo il monologo della McDormand su chiesa e gang), colpi di tosse sanguinanti e donazioni anonime, pestaggi e  apparizioni (la gazzella che fa compagnia alla McDormand sotto ai manifesti), stanze d’ospedale dove si ritrovano accanto vittime e carnefici e un nano gentile, il film di McDonagh, inclassificabile per genere, mette in scena, tra battute fulminanti e dolore assoluto (impossibile non commuoversi alle lettere di Harrelson), un ritratto americano al vetriolo di un’umanità ferita e corrotta.

Che aspetta e spera (Non te ne voglio, mi hai comunque regalato un giorno di speranza dice l’attonita madre coraggio al poliziotto degradato che credeva di aver individuato il colpevole) e intanto è incapace di comunicare. 
Perché in fondo è sempre una questione d’amore. Per gli altri e, soprattutto, per se stessi. A far da contrappunto sonoro le magnifiche musiche di Carter Burwell, con l’autore di Fargo che sottolinea a colpi di chitarra acustica e venature country-western le atmosfere e i luoghi dell’anima di personaggi in cerca di se stessi. Applausi.   

Nelle sale dall’11 gennaio distribuito da 20th Century Fox 


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