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giovedì 30 novembre 2017
di José de Arcangelo
Smetto quando voglio-Ad Honorem
Ultimo capitolo della piacevole saga italiana venduta in tutto il mondo e già in attesa di remake
Torna per l’ultima volta la banda di geni disoccupati che, dopo Smetto quando voglio e Smetto quando voglio - Masterclass chiude, definitivamente, la trilogia-fenomeno con Ad Honorem, sempre sceneggiato (con Francesca Manieri e Luigi Di Capua) e diretto da Sydney Sibilia, e prodotto dai lungimiranti Domenico Procacci e Matteo Rovere con Rai Cinema.
Presentato in anteprima mondiale al recente Torino Film Festival, Smetto quando voglio - Ad Honorem, è l’ultimo capitolo di una saga – la prima del genere in Italia - che è stata venduta in tutto il mondo e in molti paesi già si pensa al rifacimento. Per il momento hanno preso i diritti di remake gli americani ma altri paesi sono in trattative, dalla Germania al Giappone.

E squadra vincente non si cambia, anzi: il neurobiologo Pietro Zinni (Edoardo Leo), il chimico computazionale Alberto Petrelli (Stefano Fresi), Mattia Argeri (Valerio Aprea) e Giorgio Sironi (Lorenzo Lavia), geni della semiotica interpretativa e dell’epigrafia latina; l’archeologo Arturo Frantini (Paolo Calabresi), Bartolomeo Bonelli (Libero De Rienzo), laureato in Macroeconomia dinamica; l’antropologo Andrea De Sanctis (Pietro Sermonti); Lucio Napoli (Giampaolo Morelli), esperto di ingegneria meccatronica; Giulio Bolle (Marco Bonini), teorico di Anatomia umana; e il loro avvocato Vittorio, laureato in diritto canonico.

Tutta la banda è finita in carcere, ma sono divisi in prigioni diverse. Pietro è convinto che ‘una persona’ stia preparando un attentato ma, ovviamente, nessuno gli crede. Infatti, i nostri eroi non possono rimanerci dentro a lungo perché in giro c’è Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio, ‘apparso’ alla fine del secondo film) che è pronto a fare una strage di baroni e studenti (col letale gas nervino) proprio all’Università di Roma La Sapienza (che non solo ha collaborato alla produzione del film, ma si è impegnata a sostenere studenti e neolaureati).

L’unico modo per fermare Mercurio è che tutta la banda delle migliori menti in circolazione riesca a fuggire dal carcere di Rebibbia – sono stati trasferiti lì per una possibile nuova udienza chiesta dal loro avvocato - e, assieme al nemico storico Claudio Felici, alias Er Murena (Neri Marcorè), anche lui in galera, riescano a fermarlo.
Naturalmente ci riusciranno dopo una spettacolare fuga dalla prigione e una non meno spettacolare invasione alla Sapienza.

La commedia all’italiana rivive ancora una volta in Ad Honorem attraverso i generi e funziona anche nel ritmo, nei tempi e nei toni e, se il secondo episodio puntava sul film d’azione, con accenni allo spaghetti western, stavolta il riferimento è il cinema carcerario americano, ma non solo.
Quindi, la saga chiude veramente in bellezza, fra divertimento e riflessione. In fin dei conti non siamo tutti ‘indifferenti e corrotti’ come ci ‘disegnano’ (spesso). Tant’è vero che persino Er Murena (un Marcorè quasi irriconoscibile), li aiuta a salvare il mondo.

Fresi, nelle vesti di Alberto Petrelli, si esibisce addirittura in un brano da “Il barbiere di Siviglia”, l’opera di Gioacchino Rossini; mentre la new entry di tutto rispetto è Peppe Barra, nel ruolo del direttore del carcere di Rebibbia, Angelo Seta, appassionato di teatro e musica. La parte del super-cattivo tocca a Lo Cascio, anche se il suo personaggio ha delle ragioni non solo personali per vendicarsi di una società dove non esiste la meritocrazia ma nemmeno la sicurezza sul lavoro. Infatti, il suo è un cattivo diverso, quotidiano e credibile.
Tornano in modo ridotto le presenze femminili, Valeria Solarino (Giulia, moglie di Pietro) e Greta Scarano (Paola Coletti, l’ambiguo ispettore loro alleato nel secondo episodio, ora declassata fra le scartoffie).

Nelle sale italiane dal 30 novembre presentato da O1 Distribution in 350 copie


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http://www.01distribution.it

 
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