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lunedì 27 novembre 2017
Claudio Fontanini
ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS
Elegante e dinamico il remake del capolavoro di Agatha Christie firmato da Kenneth Branagh
Dopo l’Albert Finney del film di Lumet e il Peter Ustinov di Assassinio sul Nilo e Delitto sotto il sole, tocca stavolta al britannico Kenneth Branagh (qui anche regista) vestire i panni del celebre Hercule Poirot in una trasposizione accurata ed elegante che riflette sulla perversa complessità della natura umana: Assassinio sull’Orient Express con un cast al diapason
Un treno bloccato nella neve, un passeggero ucciso con 12 coltellate, una carrozza di sospettati e un investigatore dal fiuto infallibile che teorizza l’equilibrio e riesce a vedere il mondo come dovrebbe essere. A 43 anni di distanza dall’originale cinematografico diretto da Sidney Lumet (un Oscar a Ingrid Bergman come miglior attrice non protagonista) torna sul grande schermo e in formato extralusso (in pellicola 70 mm) Assassinio sull’Orient Express,  il capolavoro di Agatha Christie pubblicato nel 1934 e divenuto un classico della letteratura gialla. 

Con quella sfilata di personaggi, tutti indiziati e forse collegati l’un l’altro, che passa in rassegna stati sociali e un passato difficile da dimenticare (all’origine del mistero c’è il rapimento e l’uccisione di una bambina avvenuta anni prima) attraverso interrogatori volanti e improvvise intuizioni. 
Chi e perché ha ucciso quello strafottente e losco commerciante d’antiquariato (Johnny Depp) che gira con la pistola e si vede recapitare lettere anonime?

Tra drink al sonnifero e uniformi da capotreno senza bottoni, kimono rossi e fazzoletti ricamati, orologi che segnano l’ora sbagliata e nettapipe, il Poirot di Branagh (alto, autoritario, deduttivo e con ricercati baffoni brizzolati) somiglia poco esteticamente ai suoi panciuti predecessori cinematografici e, alla fine del viaggio, avrà pure imparato a convivere con lo squilibrio scoprendo che non esistono solo giusto o sbagliato ma anche quelle zone grigie dove ognuno di noi è costretto a convivere. 

Dialoghi affilati, regia dinamica (magnifiche le riprese dall’alto come a vivisezionare l’interno dello scompartimento), cast al diapason (Michelle Pfeiffer è una magnifica e impertinente vedova americana, Judy Dench un’austera principessa russa, Penélope Cruz una missionaria spagnola, Willem Dafoe, penalizzato dall’improbabile doppiaggio italiano,  un professore austriaco razzista e Derek Jacobi un fidato maggiordomo malato) e flash back in bianco e nero per una storia che, nel 2017, conferma lo splendore e la tenuta narrativa degli scritti della Christie al cinema (ancora in sala Mistero a Crocked House tratto da un romanzo del ’49). 

Con quei passeggeri intrappolati tra noia, anonimato e dondolii che danno il peggio di se e quel detective, che somiglia a Sherlock Holmes e legge Dickens, tutto prove, ordine e metodo. 
Dodici vite sfigurate e ferite (Branagh inserisce anche un afroamericano) che forse hanno un obiettivo comune e che costringeranno Poirot a rivedere convinzioni ed etica professionale. Brillante il prologo al Muro del pianto di Gerusalemme (occhio alla colazione geometrica dell’investigatore incontentabile) e c’è anche spazio per una critica al Belpaese (Italiani? Terzo mondo dice l’affarista Depp su un traffico di tappeti venduti a Milano). 

In sala dal 30 novembre distribuito da 20TH CENTURY FOX

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http://www.20thfox.it

 
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