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martedì 31 ottobre 2017
di José de Arcangelo
Il mio Godard
Non è il classico biopic ma un ritratto dell’artista, uomo e rivoluzionario, provocatorio e geniale
Dopo il passaggio nella selezione ufficiale - in concorso - al Festival di Cannes e la recente anteprima italiana a France Odeon (Firenze), approda nelle sale Il mio Godard (Le Redoutable), sceneggiato e diretto dal regista premio Oscar Michel Hazanavicius (The Artist) e dedicato a uno dei maestri della Nouvelle Vague e ispirato ai libro della moglie Anne Wiazemsky (interpretata dalla somigliante Stacy Martin, con un look alla Anna Karina (prima compagna e musa) e, quindi, ambientato in pieno ’68 parigino.
Parigi 1967. Jean-Luc Godard, il cineasta più in vista della sua generazione, gira “La cinese” con la donna che ama, più giovane di vent’anni. Sono felici, innamorati, affascinanti e addirittura si sposano.

Ma quando il film esce, l’accoglienza che riceve porta il regista a rimettere profondamente le sue idee. E il Maggio ’68 non fa che amplificare il processo e la crisi (artistico-politica) che scuote Godard lo trasformerà radicalmente da cineasta star ad artista maoista fuori dal sistema, tanto incompreso quanto incomprensibile. Persino il matrimonio va in crisi.
Ma non si tratta del classico biopic ma di un ritratto, prima dell’uomo poi dell’artista, rivoluzionario, provocatorio, controverso, anzi geniale, realizzato sui toni della commedia e sul filo dell’ironia.

E’ difficile dire qual è stato il risultato – ha dichiarato il regista – perché Il mio Godard è soprattutto una catena di punti di vista e alla base ci sono i libri di Anne Wiazemsky (scomparsa proprio il 5 ottobre scorso ndr.), scritti cinquant’anni dopo. E’ questo il primo filtro, poi ci sono il mio lavoro e l’incarnazione di Garrel. In verità è un personaggio sfaccettato e paradossale in cui trovano posto tragedia e commedia. Sono stato colpito da un lato dall’uomo che ha lottato per le cose in cui ha creduto, dall’altra sono stato attratto dalla loro storia d’amore. Godard è libero e complesso”.

Inizialmente avevo intitolato il film ‘Le Grand Homme’, ma l’espressione aveva una nota caustica che non mi piaceva. Si prestava al malinteso. Invece, mi piaceva l’aspetto ‘alla Belmondo’ di Le Redoutable che rievoca i film che ha interpretato dopo (non per Godard per cui è stato protagonista da ‘Fino all’ultimo respiro’ a ‘Pierrot le fou’, da noi ‘Il bandito delle 11’ ndr.). Mi piace anche l’ambiguità dell’accezione del termine al tempo stesso positiva e negativa: dire di una persona che è ‘temibile’, può essere sia un complimento che un rimprovero. E infine mi piaceva l’idea di utilizzare la trovata della frasecosì scorre la vita a bordo del Redoutable’ (il primo sottomarino nucleare francese lanciato proprio nel ’67 ndr.) e persino concludere il film con essa. Dà un piccolo tocco ironico che amo particolarmente”.

Un uomo innamorato che non ama nemmeno se stesso – aggiunge Hazanavicius -, quando ho letto ‘Un an après’ ho immediatamente visto un film. Wiazemsky ha dedicato due libri alla loro storia d’amore. ‘Une année studieuse’ racconta gli inizi della loro relazione, dal modo in cui quell’uomo affascinante e un po’ maldestro mosse i primi passi all’interno della grande famiglia gaullista di lei, visto che Anne è la nipote di François Mauriac, fino all’accoglienza che ebbe ‘La Cinese’ al Festival di Avignone nel 1967. E l’altro (a cui s’ispira più il film ndr.) racconta il Maggio ’68, la crisi che attraversò Godard, la sua radicalizzazione e la disintegrazione del loro matrimonio, fino al momento della rottura. Sono rimasto molto colpito dalla loro storia e l’ho subito trovata originale, commovente, sexy e semplicemente molto bella”.

Quindi, anche il ’68, viene visto attraverso lo sguardo dei figli (Garrell) e dei genitori (Hazanavicius), perché entrambi sono nati durante-dopo. Il tutto però senza nostalgia, ma sui toni della commedia, con un tocco di giovinezza, freschezza e vigore. Così come i registi italiani, da Marco Ferreri e Bernardo Bertolucci, vengono visti ‘all’italiana’ visto che per i francesi visione e riferimento è la nostra “commedia all’italiana”, appunto.
“Il Maggio ’68 – precisa l’autore – l’ho raccontato non in modo comico ma ne ho rappresentato l’energia, la gioia e la vivacità, soprattutto il lato vivo e sensuale, e l’ironia che ha caratterizzato l’epoca. Alcuni slogan dell’epoca funzionano ancora, perciò mi sono rifatto a Godard stesso riproponendo il suo fraseggio e le sue invenzioni.”
Infatti, Hazanavicius usa manifesti, cartelli, foto e dazebao, ma anche citazioni e slogan tanto cari dall’ormai mitico regista (è in lavorazione il suo nuovo film “Le livre d’Image”), anche negli anni precedenti.

Da giovane, ho adorato Fino all’ultimo respiro – conclude sul cinema del vecchio maestro -, la sua energia straordinaria, le sue frasi mitiche, l’apparizione geniale di BelmondoE poi sulla scia ho adorato il film del periodo di Anna Karina. Un fascino esagerato! D’altro canto, in Godard, non ha importanza un film piuttosto che un altro. Nessuno di essi è perfetto a differenza di quello che possiamo dire di registi come Billy Wilder, Ernst Lubitsch o Stanley Kubrick. E’ un autore di cui è necessario più che altro osservare il percorso e si tratta di un percorso unico che non smette mai di evolvere, di ridefinirsi.”

Insomma è tutta una questione di punti di vista. Chi invece con Godard è cresciuto, sa che la rivoluzione è stata una tappa di un percorso artistico-politico che non si è ancora concluso.
Comunque nel film lo spirito dell’epoca c’è, e il regista non esprime giudizi sul polemico autore, ma ne mostra vizi e virtù. E poi la Wiazemsky ha ceduto i diritti del libro al regista perché l’ha trovato divertente. Mentre Godard stesso non ha voluto leggere la sceneggiatura né vedere il film.
Nelle sale italiane dal 31 ottobre distribuito da Cinema


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