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mercoledì 11 ottobre 2017
di Claudio Fontanini
Dove non ho mai abitato
Architettura di sentimenti per solitudini allo specchio
Un talentuoso architetto (Fabrizio Gifuni) che progetta case per gli altri ma è incapace di abitare la propria, una donna in fuga (Emmanuelle Devos) costretta a fare i conti con una nuova se stessa e una giovane coppia nella quale vedere riflessi sentimenti e passioni sopite. 
Tornata dopo molti anni a Torino, l’occasione è il compleanno del vecchio padre autoritario (Giulio Brogi), Francesca, che vive a Parigi con marito protettivo (Hippolyte Girardot) e figlia adolescente, è costretta dagli eventi (il genitore, famoso architetto, è allettato in ospedale dopo una caduta) a riallacciare i fili con una professione che ama ma che ha deciso di abbandonare per evitare pressioni e confronti familiari.

L’occasione è il progetto di una villa su un lago destinata a due innamorati (Giulia Michelini e Fausto Cabra) e sul quale opera da tempo Massimo (Gifuni), cinquantenne ‘delfino’ ombroso del padre (è il figlio che non ha mai avuto) che in quella nuova collaborazione intravede la perdita di autonomia e indipendenza creativa. 
Dalla diffidenza alla stima, dalla reciproca insofferenza alla sintonia professionale fino alla scoperta di un sentimento autentico che li porterà, forse per la prima volta, a confrontarsi con se stessi. 

Tra spazi che non combaciano più coi ricordi e scatoloni chiusi dentro case senza calore (Massimo frequenta una donna, Isabella Briganti, con la quale non riesce a progettare un futuro), feste di compleanno e lettere d’amore mai scritte, categorie dello spirito (“I pessimisti sono ottimisti ben informati” dice il vecchio architetto) e abbracci sbagliati (molto bella la sequenza nella quale i due protagonisti sono vicini ai loro partner mentre si pensano a vicenda), Dove non ho mai abitato, parla di disillusioni e follie d’amore (“Ne hai mai fatta una?” chiede trepidante la Devos a Gifuni), risvegli di anime e paura di vivere fino in fondo i propri sentimenti. 

Algido, geometrico, elegante e poco carnale, il nuovo film di Paolo Franchi ci riconsegna un regista riconciliato col cinema dopo il fragoroso tonfo di E la chiamano estate, supponente e vacuo esercizio stilistico del 2012 che scatenò fischi e dissensi al Festival internazionale di Roma (ma la giuria lo premiò con due riconoscimenti). Qui siamo dalle parti di un certo cinema francese anni ’60, con uno sguardo sulle inquadrature che ricorda persino il cinema di Antonioni. Tutto però sin troppo studiato, prevedibile e teatrale (la recitazione in italiano a mezzi toni della Devos, peraltro bravissima, alla quale deve adeguarsi Gifuni, non aiuta il ritmo del film) con una narrazione lineare, naturalistica e semplice (lo dice lo stesso Franchi) che non appassiona mai fino in fondo. 

Così il film, che lavora in sottrazione in una sorta di melodramma raffreddato al quale tentano di dare spessore emotivo le musiche  insistenti di Pino Donaggio, finisce per diventare piuttosto il funerale laico dell’alta borghesia (la sequenza più ispirata è propria quella del ricordo del padre da parte di un suo collega) con l’impotenza sentimentale che trasforma l’eros in thanatos. Più passione, più energia e questo Dove non ho mai abitato avrebbe potuto essere una nuova versione della Signora della porta accanto di Truffaut
Nella dolce malinconia del film di Franchi si respira invece alla fine la sensazione di un’occasione colta solo a metà. Proprio come fanno i protagonisti della storia raccontata.           

Nelle sale dal 12 ottobre con distribuzione Lucky Red


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