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mercoledì 4 ottobre 2017
di Claudio Fontanini
120 battiti al minuto
Gran Prix all’ultimo festival di Cannes: la lotta all’Aids come una rivoluzione
Una lezione d’impegno civile coniugata coi tempi del grande cinema, un inno ad un tempo non troppo lontano e nel quale parole come responsabilità e aggregazione (non virtuale) erano ancora comprese nel vocabolario dell’epoca, un film testimonianza (il regista ha partecipato attivamente agli eventi raccontati) che scuote coscienze e regali brividi. 
Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes, enorme successo in patria e candidato francese nella corsa ai prossimi Oscar, 120 battiti al minuto (l’espressione indica in inglese sia i battiti del cuore che un tempo musicale usato soprattutto per la ‘house music’) racconta un mondo senza telefoni cellulari, internet e social network. 

Siamo nella Parigi dei primi anni ’90 dove il giovane Nathan (Arnaud Valois) decide di unirsi agli attivisti di Act Up, associazione pronta a tutto pur di rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS che sta mietendo innumerevoli vittime.
Dalla compassione all’indignazione, dal silenzio colpevole alla provocazione salutare. In quella che è una vera e propria guerra invisibile agli altri, la comunità gay imparò a battersi sul campo a colpi di azioni dimostrative di disobbedienza civile con l’intento di mostrare al mondo i propri corpi come manifesto del dolore e della malattia. Perché, come c’era scritto sulle loro magliette e i loro cartelli, silenzio equivale a morte e alla violenza quotidiana dell’estabilishment si può rispondere anche con palloncini pieni di sangue gettati contro industrie farmaceutiche e ceneri dei membri uccisi sparsi su pantagruelici buffet politici. 

Terza regia del marocchino trapiantato a Parigi, Robin Campillo (uno che ha collaborato come cosceneggiatore e montatore con Laurent Cantet e si vede) 120 battiti al minuto evita l’approccio mimetico puntando su una vera e propria polifonia di voci ed immagini che sfumano l’una nell’altra in una dimensione poetica ed emozionale davvero suggestiva
Tra nuove strategie terapeutiche e false speranze, protocolli e irruzioni scolastiche (coi preservativi consegnati agli studenti minorenni), animate discussioni e foto choc (gli omosessuali sono destinati a morire recita il titolo dell’articolo della rivista corredata dall’immagine del sieropositivo devastato dall’AIDS), vaccini e commissioni mediche, il film di Campillo regala sequenze indimenticabili (il ralenty al Gay pride con vita e morte che si danno la mano, la Senna colorata di rosso, il bagno della coppia gay sulla spiaggia deserta) ed emozioni forti in 144’ (qualche taglio avrebbe giovato) paradossalmente vitali nonostante l’argomento trattato. 

Interpretato da un magnifico cast che miscela sapientemente attori di cinema e teatro, artisti di circo, ballerini e non professionisti e sceneggiato con dovizia di particolari e sapienza psicologica (a scrivere col regista c’è Philippe Mangeot, ex membro di Act Up), 120 battiti al minuto evita accuratamente la retorica nel nome dell’appartenenza privilegiando invece la volontà di combattere una battaglia comune al di là di ogni steccato. Ideologico o morale.
Perché, come diceva da noi un certo Giorgio Gaber, libertà è partecipazione.      

Nelle sale dal 5 ottobre con distribuzione Teodora

    


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http://www.teodorafilm.com

 
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