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sabato 2 settembre 2017
di Claudio Fontanini
La vita in comune
Dalla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema, ecco il film ammaliante di Edoardo Winspeare
Un paese fantasma, un sindaco timido e remissivo più interessato alla poesia che alla politica, un manipolo di detenuti folgorati sulla via della letteratura e un paesaggio naturale che si fa metafora di rinascita culturale.
Minimale e denso, attento alle sfumature psicologiche e trasognato, il cinema di Edoardo Winspeare si riconosce per originalità e unicità dell’insieme (film ambientati in Salento- il regista vive con la sua famiglia vicino a Santa Maria di Leuca- attori non professionisti che parlano il dialetto e toni quasi sempre crepuscolari) e anche questo La vita in comune - passato in concorso a Venezia 74 nella sezione Orizzonti e appena uscito in sala- non sfugge alla regola.

Siamo a Disperata, immaginario (ma non troppo) paesino del Sud Italia dimenticato da Dio. Il malinconico sindaco Pisanelli (l’ottimo Gustavo Caputo) si sente terribilmente inadeguato al proprio compito. Durante le risse in consiglio comunale (ci sono da approvare nuovi appalti e costruzioni scempio) socchiude gli occhi e si immerge nel suo mondo fatto di parole gentili (come fanno ad uscire dai pensieri?) e passione per l’Arte. Quella che insegna ad un gruppo di reclusi che pur capendo poco ‘sentono’ che c’è qualcosa che li attrae.

Così Pati (Claudio Giangreco) dopo aver ucciso un cane ad inizio film durante una rapina andata male col fratello Angiolino (l’irresistibile Antonio Carluccio) inizierà a comporre versi iniziando quella che diventerà una vera e propria conversione artistica che ne determinerà scelte di vita, ambizioni e comportamenti.
Ci sono una  moglie da riconquistare (la sempre splendida Celeste Casciaro), un figlio adolescente indeciso tra maniere forti e romanticherie e una folle idea per attirare turisti (al posto dei villini, uno zoo a picco sul mare).

Tra miserie e slanci di generosità, sogni infranti e vite al bivio, avvistamenti di foche monache e attese di telefonate papali, il film di Winspeare diverte ad ammalia con la forza di una semplicità stilistica che non è mai sinonimo di banalità.
Così La vita in comune ha il dono prezioso di quell’autenticità spesso ricercata e mai trovata. Qui, a dare forza e spessore al tutto, la forza del dialetto (dialoghi sottotitolati) e la messa in scena di corpi che si fanno portatori sani di realismo magico.

Una visionarietà quotidiana senza retorica- come la definisce giustamente il regista di “Pizzicata” e “In grazia di Dio”- che accompagna le vite di poveri Cristi capaci di battersi ancora per la difesa del proprio territorio.
Col film- e il cinema- di Winspeare che da particolare si fa universale. Perché in fondo quel paesino è l’Italia e per essere se stessi bisogna avere il coraggio delle idee. Con quel tuffo liberatorio dallo scoglio del sindaco che diventa un ciak ad una nuova vita. Lirico e selvaggio, sfumato, malinconico e autoironico (Angiolino regista detta i tempi e l’azione come nel cinema americano), il film di Winspeare inciampa soltanto nell’improbabile costruzione dell’Arca salentina dopo aver emozionato e fatto riflettere con quieta leggerezza.      

Nelle sale dal 2 settembre con distribuzione Alte Storie

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