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giovedì 22 giugno 2017
di Claudio Fontanini
PARLIAMO DELLE MIE DONNE
L’amore per il cinema e per i buoni sentimenti portano Lelouch sulle orme del passato
Il prossimo 30 ottobre compirà 80 anni e questa è la sua quarantaquattresima regia cinematografica. L’amore per il cinema di Claude Lelouch non conosce confini e in questa nuova tappa del suo lunghissimo viaggio per immagini prova a fare i conti col passato e coi sensi di colpa. Succede in “Parliamo delle donne” (2014) dove un vecchio fotografo di guerra di fama internazionale (Johnny Hallyday)
Il prossimo 30 ottobre compirà 80 anni e questa è la sua quarantaquattresima regia cinematografica. L’amore per il cinema di Claude Lelouch non conosce confini e in questa nuova tappa del suo lunghissimo viaggio per immagini prova a fare i conti col passato e coi sensi di colpa.
Succede in Parliamo delle donne (2014) dove un vecchio fotografo di guerra di fama internazionale (Johnny Hallyday) e padre assente di quattro figlie avute da quattro donne diverse, tenta di cambiare vita e mettersi in pace con passato e coscienza.

Trasferitosi da Parigi a Praz-sur-Arly in una splendida baita nelle Alpi con 13 ettari annessi, Jacques Kaminsky lascia la sua ultima moglie che non ne vuole sapere della nuova destinazione e si innamora seduta stante dell’agente immobiliare (la rediviva Sandrine Bonnaire) che ne subisce il fascino maturo.
Tra aquile maestose e paesaggi innevati, mucche al pascolo e cani fedeli (“Se vuoi sapere su chi comanda in casa guarda dietro a chi vanno”), baci romantici e fuochi d’artificio, sarà il suo migliore amico (Eddy Mitchell) a organizzare l’arrivo delle figlie (che si chiamano coi nomi delle stagioni) convocate attraverso una drammatica messinscena all’insaputa del padrone di casa.

Convinte di essere arrivate ad allietare gli ultimi giorni del padre malato (ma lo sarà davvero o no?) le quattro donne instaureranno una sorta di paradiso familiare appena venato da qualche sopito rancore. E così tra paesaggi bucolici e mani che si accarezzano, bagni rigeneratori nelle cascate e abbracci insperati, film western in tv (“Rio Bravo”), pistole sul tavolino e rimpatriate fuori tempo massimo, il film di Lelouch appiana ed appiattisce sentimenti e rimorsi nel nome di una pacificazione a tavolino che finisce dritta nella retorica assoluta dei buoni sentimenti.
Con un piccolo accenno di rivolta (la figlia più giovane che lo insulta a tavola) e una infinita serie di ammiccamenti e note suadenti suadenti (si ascoltano “Les eaux de mars” di Georges Moistaki, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong e le Quattro stagioni di Vivaldi rivisitate da Francis Lai e Christian Gubert) che diventano sullo schermo il manifesto di una vuota eleganza.

Pieno di frasi ad effetto (“Una canzone è una poesia che prende aria”, “Entrare in una casa nuova è come entrare nel letto di una donna, fa un po’ paura”) e sentenziose (“Non c’è nessun segreto che resista al tempo”) e condito da metafore ardite e forzate (il ciclismo è come la vita), Parliamo delle mie donne rimane impigliato nei difetti di sempre del cinema di Lelouch, uno che ha sempre preferito la forma alla sostanza. E che nemmeno in vecchiaia sembra voler rinunciare ad artifici e trucchi capaci di imbellettare più che rivelare.
Col colpo di scena drammatico (e assai telefonato) del sottofinale a dar vita ad una fantasiosa fumata collettiva in chiesa che diventa una sorta di calumet della pace e inno alla femminilità. Leggerezza mon amour…

Nelle sale dal 22 giugno Distribuzione AltreStorie


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