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giovedì 25 maggio 2017
di Claudio Fontanini
Ritratto di famiglia con tempesta
Alla ricerca del senso delle esistenze perdute:ecco il film di Kore-eda-Hirokazu applaudito a Cannes
Cosa abbiamo sognato di essere da piccoli e cosa siamo diventati? A quali compromessi e a quali disillusioni ci costringe, a volte brutalmente, il nostro presente? Dietro la grazia e la finezza, stilistica e psicologica, del nuovo film di Kore-eda-Hirokazu si nascondono tesori di umanità e una malinconica presa di coscienza collettiva nella quale è facile identificarsi.
Al centro di Ritratto di famiglia con tempesta, presentato lo scorso anno a Cannes nella sezione ‘Un certain regard’, c’è un improbabile investigatore privato con un passato da romanziere fallito.

Divorziato da una moglie che ama ancora (e che nel frattempo ha iniziato a frequentare un altro uomo) e padre di un bambino  che conosce a malapena e vede una volta al mese, Ryota (Abe Hiroshi) sfoga la sua rabbia repressa e le sue frustrazioni nelle sale scommesse dove tenta la carta della fortuna per svoltare nella vita.
Pieno di debiti e insoddisfatto, sogna di scrivere un altro libro (mentre un editore gli offre di mettere mano a una sceneggiatura manga…), fa affari con le vittime dei suoi pedinamenti e visita di tanto in tanto l’anziana madre vedova (la magnifica Kiki Kilin) che lo ama ma non lo stima e alla quale spilla i soldi della pensione. Come cambiare il corso della propria esistenza?

Forse servirà una notte di tempesta (c’è un tifone in arrivo) a riunire sotto lo stesso tetto, almeno per qualche ora, quella famiglia fragile e problematica. Perché per vivere la vita cercando di diventare quello che si vuole essere non è mai troppo tardi.
Compassato e dolceamaro, sottile e profondo al tempo stesso, Ritratto di famiglia con tempesta regala poetici abbandoni e slanci di grande intensità emotiva.

Tra lezioni di calligrafia e farfalle blu, post it fallimentari attaccati al muro (“Dov’è che ho sbagliato nella vita” scrive Ryota) e umorismo disincantato (“Farsi più amici alla mia età significa partecipare a più funerali…”), sensazioni mai provate (“Un amore profondo come il mare io non so cosa sia” dice la vecchia madre rassegnata al figlio), antichi calamai di pietra  e alberi di mandarini che si fanno metafora di esistenze in bilico, il dodicesimo lungometraggio di uno dei registi giapponesi più amati dalla critica internazionale (i suoi ultimi film sono “Father and Son" e “Little sister”) infonde calore e colore ai suoi personaggi attraverso la descrizione minuziosa di un mondo in cambiamento e nel quale in sottofondo si sente l’eco di un nostalgico passato dove tutto era ancora possibile.

Così negli annunci di quel megafono che cerca anziani scomparsi e nel cortile di fronte casa dove non giocano più i bambini si cattura l’essenza di un film alla ricerca del senso di esistenze perdute e di stili di vita che rinunciano all’autentica felicità nel nome dell’efficienza produttiva. Un film che parla di cadute e riscatti, almeno tentati, questo Ritratto di famiglia con tempesta e che riesce a far riflettere, sorridere e commuovere attraverso la puntuale osservazione di fatti che riflettono i nostri destini come in uno specchio.         

Nelle sale dal 25 maggio Distribuzione Tucker Film


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http://www.tuckerfilm.com

 
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