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giovedì 13 aprile 2017
di Claudio Fontanini
Mal di pietre
Carnale e fragile, Marion Cotillard è l’eroina sentimentale e appassionata del libro di Milena Agus
Quando amare fa rima con follia ovvero, per dirla alla Sorrentino, le conseguenze dell’amore. Ieri come oggi. Perché amare troppo e ‘sentire’ tutto in un’epoca in cui il desiderio di trovare il vero amore era considerato scandaloso (gli anni ’50 durante i quali è ambientato il film) equivale forse alla pazzia dei nostri tempi, quelli dove nascondersi è diventata un’esigenza e i sentimenti virtuali e da tastiera la fanno da padrone.
Ecco perché la Gabrielle di Mal di pietre (una sensazionale Marion Cotillard) è una vera e propria eroina sentimentale che dalle pagine del bel libro omonimo di Milena Agus del 2006 arriva sullo schermo con la regia di Nicole Garcia.

Scoperta dai francesi che ne decretarono subito il successo, l’opera letteraria della scrittrice sarda ha finito per contagiare tutto il mondo (ad oggi si contano 18 traduzioni) tanto che la potente storia di questa donna che sfidò il destino diventa nelle mani della regista di “Place Vendom” e “L’avversario” un inno alla forza creativa e al potere dell’immaginazione che spinge desideri e sentimenti oltre il proprio limite.
Spostando l’azione dalla Sardegna alla Francia rurale del sud (almeno nella prima parte) ecco rappresentata una sorta di via crucis amorosa che scatena un crescendo di passioni capaci di superare inibizioni e costrizioni familiari.

Si comincia con questa bellissima e selvaggia protagonista (si veda la magnifica sequenza con la Cotillard che si alza la gonna e nel lago immerge il suo sesso a pelo d’acqua per farsi invadere dalla natura) e alla ricerca di quello che lei chiama ‘la cosa principale’, quell’ardore animalesco che cerca un’anima gemella, uno specchio nel quale riconoscersi e scoprirsi tutt’una con un’altra persona.
Ricerca affannosa e difficile (siamo negli anni ’50, la società la condanna e la madre la considera pazza) che dopo la repressione dell’insegnante del villaggio culmina davanti al crocefisso di una chiesa “dammi la cosa principale o lasciami morire”.

Non è ancora tempo di estasi e allora, pur di scappare da quell’ambiente chiuso e retrogrado, ecco un muratore spagnolo repubblicano scampato a Franco (Alex Brendemühl, quasi una copia del primo Volontè) impostole dalla famiglia e col quale cambiare vita e città.
Matrimonio di facciata tra due sconosciuti (“Non verrò a letto con te e sarai infelice” gli annuncia la donna) che comunque sposta l’orizzonte di una vita senza spiragli (magnifica quella finestra della nuova casa che si apre sul mare). A letto finirà per andarci e un aborto spontaneo porterà alla luce il mal di pietre del titolo (i calcoli renali) che le impediscono di avere figli.

Da qui il ricovero per sei settimane in una casa di cura sulle Alpi e l’incontro con un affascinante reduce (Louis Garrel) rimasto ferito durante la guerra d’Indonesia.
Ecco finalmente l’occasione sognata da Gabrielle, una donna che vive al crocevia tra un mondo all’antica e un periodo di speranze e libertà. Un libro da leggere (‘Propositi di felicità’ di Alain), ‘La barcarola’ di Tchaikovsky suonata al piano, due mani che si sfiorano e due destini che s’incrociano nel gioco della vita che di colpo si tinge d’azzurro.

Con quel tenente gentile che soffre d’uremia e che scompare all’improvviso dopo aver giurato amore eterno. E se non fosse mai esistito in realtà? Letteralmente illuminato da una Marion Cotillard in stato di grazia e capace di rendere allo spettatore tutte le emozioni e le palpitazioni dell’animo femminile, il film della Garcia (autrice anche della sceneggiatura con Jacques Fieschi) rievoca le stagioni dell’amore di Gabrielle attraverso un lunghissimo flashback di 17 anni che parte da un viaggio in auto verso Lione per un concorso di piano.

Tra lettere mai lette e feste di raccolto, sedute di bagno terapia e materassi stesi sui davanzali, perdita di parole e musiche insistenti, Mal di pietre scambia alla distanza la sofferenza con la decadenza estetica (l’entrata in scena del tenebroso Garrel, uno che farebbe fallire una festa di bambini, appesantisce il tutto) disperdendo in parte il bel patrimonio emozionale costruito in precedenza. Carnale e fragile, appassionata e malinconica, la Cotillard indica la via alla sua regista che però si ‘accontenta’ della sua presenza e non asseconda stilisticamente i suoi stati d’animo. E così il film sconta alla fine una certa piattezza d’insieme che comunque non cancella il messaggio e la potenza di un personaggio rappresentativo e universale.              

Nelle sale dal 13 aprile distribuito da Good Films


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